I segreti, le omissioni e le minacce sul caso Moby Prince

Dopo avervi aggiornato nei giorni scorsi sulle ultime vicende legate alla tragedia del Moby Prince, oggi riprendiamo l’articolo di Alberto Testa, apparso su Sardegna Quotidiano, in cui Luchino Chessa (figlio del comandante Ugo Chessa, e autore della prefazione de Il vento porta farfalle o neve) racconta i depistaggi, le minacce e gli errori che hanno impedito di far luce sul più grande disastro della marina civile italiana.

«Segreti, omissioni e minacce su Moby Prince non mi fermo»

Parla il figlio del capitano della nave su cui nel ‘91 morirono 140 persone: «Nuovi elementi da verificare»

«Se sulla strage del Moby Prince tutto è chiaro, se è stato un incidente, perché mettono a soqquadro la mia casa e quella di mio fratello, perché rubano l’hard disk nell’ufficio di un nostro consulente, perché incendiano l’auto di un testimone dopo averlo stordito e gli portano via un dossier?».
Luchino Chessa, uno dei figli del comandante morto con la moglie nel rogo del traghetto, congeda al telefono i cronisti che impropriamente gli chiedono commenti sulla tragedia della “Concordia”.

Brutto mestiere il nostro…
Purtroppo per noi della sciagura del Moby Prince non se ne occupa più nessuno. Sui 140 morti, tra cui 25 sardi, la magistratura livornese ha messo una pietra tombale. Con un’archiviazione che ci ha sconcertato.

Perché?
Nell’istanza di riapertura delle indagini c’erano tanti fatti nuovi o almeno riesaminati con una prospettiva diversa, che facevano pensare a uno scenario inquietante. La notte del 10 aprile del 1991, quando il Moby Prince finì contro una petroliera, nella rada del porto di Livorno c’era un traffico di armi movimentato su navi americane. Un traffico clandestino legato alla presenza Usa nella vicina base di Camp Darby. Si era all’ultimo giorno della Guerra del Golfo in Irak.

Ne aveva parlato un testimone…
Il tenente Cesare Gentile della Guardia di Finanza. Aveva visto le navi americane militarizzate che caricavano armamenti, esplosivi e munizioni. Una testimonianza molto precisa, ma i tre Pm che hanno indagato dopo la riapertura dell’inchiesta, l’hanno considerata poco credibile. Questo dopo 15 anni dai fatti. Interrogandolo di nuovo hanno fatto passare questo ufficiale, ormai in pensione, per un malato di Alzheimer.

Parlano di un equivoco, che si era espresso male…
Tenga conto di un altro fatto, gravissimo. Il rapporto del tenente Gentile, dove si denunciava il traffico d’armi, è sparito. Non è mai arrivato in Procura, nonostante sia stato regolarmente trasmesso dalla Guardia di Finanza. Il nostro legale, l’avvocato Carlo Palermo, ha sostenuto come ipotesi del disastro il fatto che il Moby Prince avesse trovato un ostacolo imprevisto proprio in una di quelle navi impegnate nel traffico d’armi. Al punto da fargli cambiare improvvisamente rotta, finendo così contro la petroliera Agip Abruzzo.

Le nuove contestazioni formulate dai Pm, riguardavano anche un possibile traffico d’armi clandestino.
Quelle contestazioni la Procura di Livorno avrebbe dovuto farle 15 anni fa, adesso è troppo tardi e con l’archiviazione hanno cancellato tutto. Una chiusura tombale, definitiva, per dare la sensazione che la nostra richiesta di riapertura delle indagini non è servita proprio a niente.

Vi contestano di aver “dissipato preziose risorse, riaprendo ferite mai rimarginate, creando illusioni nei vivi”.
La nostra associazione dei familiari delle vittime ha già dato una risposta in proposito. Non li disturberemo più. Per noi il tribunale di Livorno è un muro di gomma. I nostri legali sono già al lavoro e ci rivolgeremo ad un altro tribunale perché faccia finalmente giustizia.

Avete già un orientamento?
Ci sono da rivedere i tracciati radar di almeno quattro postazioni. Non è pensabile che quella notte nessun occhio elettronico abbia visto nulla. Radar spenti, satelliti fuori uso, ma chi ci crede? Per di più con una presenza in porto di navi Usa militarizzate a due passi dalla base di Camp Darby.

Una strada percorribile?
Noi andremo avanti, anche se abbiamo la sensazione che qualcuno ci segua passo passo, intralciando in tutti i modi il nostro lavoro di ricerca. Anche con le intimidazioni, come è successo quando falsi ladri hanno rovistato casa mia e quella di mio fratello. Come dire, statevene zitti e buoni. A furia di rovistargli l’ufficio, portando via l’hard disk e altro, i sabotatori notturni hanno costretto il nostro consulente navale Brandimarte a trasferirsi da Livorno a Marina di Carrara. Per non parlare dell’aggressione al testimone che stava andando a parlare col nostro avvocato.

Pensate ancora che sul traghetto sia stata fatta esplodere una bomba?

Le tracce di esplosivo sono state trovate, questo è certo. È uno degli scenari ipotizzati, ma su tutta la vicenda i dubbi sono ancora tanti. Vorremmo che fosse qualche altro tribunale a dissiparli. Siamo convinti che prima o poi lo troveremo. Una strage come quella di Livorno non può restare impunita.

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