E poi la sete, intervista ad Alessandra Montrucchio

A pochi giorni dal referendum che vedrà gli elettori italiani impegnati a decidere, tra gli altri, sulle sorti dell’acqua in Italia, “E poi la sete” di Alessandra Montrucchio è un romanzo che pone delle questioni cruciali.

Nel mondo immaginato dall’autrice, dopo la Caduta, l’acqua è diventito un bene per ricchi, i quali a prezzi esorbitanti la acquistano dopo che ha subito un complesso processo di dissalazione. Per i poveri due possibilità: morire bevendo acqua radioattiva o morire di sete.

Abbiamo parlato del libro, uscito l’anno scorso per Marsilio, con l’autrice, dopo che questo è stato ripubblicato da noi di VerdeNero nelle settimane scorse. Buona lettura!

Come nasce l’idea di un romanzo su un mondo in cui il protagonista principale è sostanzialmente l’acqua?

Nasce per caso. Una cena, un’amica che accenna all’oro blu sempre più raro e conteso, un “clic” nella testa, letture su letture. E in quattro anni è nato E poi la sete.

Un romanzo quanto mai attuale oggi. Non credi?

Assolutamente. Per esempio, mentre lo scrivevo non avevo idea che la sua uscita avrebbe coinciso con il decreto Ronchi, la battaglia italiana contro la privatizzazione della gestione delle risorse idriche e i due referendum al riguardo. Senza contare la sete come una delle ragioni alla base dei movimenti migratori dall’Africa.

Su “E poi la sete” l’acqua è motivo di conflitti, di differenze sociali e di pura sopravvivenza. Si parla tanto di corsa alle risorse primarie come petrolio e gas, ma meno dell’acqua. Credi che in futuro l’acqua sarà veramente motivo di guerre?

L’acqua è già motivo di guerra. Magari non il motivo primo e fondamentale, ma consideriamo ad esempio il conflitto israelo-palestinese. La gestione delle acque del Giordano e del lago di Tiberiade, che avvantaggia Israele e svantaggia la Palestina, è uno dei molti problemi che ingarbugliano la situazione e complicano l’eventuale soluzione.

Nel tuo libro due grandi compagnie gestiscono l’acqua, Brandis e Alma, la prima coinvolta in uno scandalo di acqua radioattiva. Come vedi la possibilità di privatizzare l’acqua e di mettere nelle mani del soldo un bene primario come questo?

Sono contraria. Al di là di una questione di principio (certi diritti - l’acqua, la salute, l’istruzione - non dovrebbero mai sottostare alla legge del profitto), la gestione privata delle risorse idriche non è più efficiente di quella pubblica ma solo più costosa: ammodernamento e manutenzione degli impianti hanno costi tali che un privato, per ricavarne un utile, dovrebbe centuplicare decine di volte le bollette. Non potendolo fare, si “limita” ad alzarle del 300% e a rivalersi sul comune - ovvero sui cittadini, che così pagano due volte. Se aggiungiamo poi che di solito a gestire le risorse idriche sono multinazionali che tra l’altro vendono acqua minerale e si occupano di smaltimento di rifiuti, è intuitivo che ammodernamento degli impianti ed efficienza restano utopie. Non a caso la Francia, regno della privatizzazione, sta tornando al pubblico.

Attualmente in Italia siamo i maggiori consumatori di acqua minerale, allo stesso tempo sprechiamo tantissima acqua ogni giorno nelle nostre case, per non parlare poi di quella che viene dilapidata a causa dell’inefficienza della rete (circa un terzo). E questo mentre quasi un miliardo persone nel mondo non ha accesso all’acqua. Credi che il tuo romanzo possa essere utile in qualche modo per far acquisire ai lettori una maggiore consapevolezza?

Temo che la letteratura abbia un pubblico troppo limitato per avere un impatto forte sui problemi reali. Ma se l’oceano è fatto di gocce, chissà…

Immagini come quelle che ci restituisci nel libro di gente che tra morire di acqua radioattiva e morire di sete sceglie la prima delle due opzioni ci riporta al disastro di Fukushima e al pericolo di contaminazione radioattiva. Come ti poni nei confronti dell’energie nucleare e dei pericoli legati al suo possibile utilizzo?

Sono contraria. Costruire centrali atomiche che costano un patrimonio e saranno pronte tra vent’anni, quando i giacimenti di uranio saranno in via di esaurimento, per coprire il 4% del fabbisogno energetico italiano, è rischioso, antieconomico e stupido. Non ci libererebbe né dalla dipendenza dal petrolio, né dalla necessità di investire in fonti rinnovabili e pulite, e ci darebbe problemi su problemi: le scorie, la costosa manutenzione in sicurezza delle centrali chiuse alla fine del loro ciclo vitale, ecc. E poi, costruire centrali atomiche in un territorio idrogeologicamente disastroso come l’Italia? Ricordiamoci cosa successe al Vajont, quando l’interesse economico prevalse su ogni cautela ambientale e umana.

Oltre agli scenari catastrofici nel libro ci sono proiezioni rinnovabili per il futuro. Penso alle conchiglie fotovoltaiche della città di Alphadel e agli impianti eolici sulle coste, ad esempio. Credi che sia questo il nostro futuro?

E’ il nostro futuro per forza. Certo, oggi né il fotovoltaico né l’eolico offrono risposte definitive, e offrono il fianco a molte critiche. Ma se, per esempio, gli investimenti che il nostro governo vorrebbe fare sul nucleare venissero dirottati sulle fonti alternative, si potrebbe crescere nella direzione giusta, e di molto.

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Un commento a “E poi la sete, intervista ad Alessandra Montrucchio”

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