Teatro civile. Intervista a Daniele Biacchessi

Si chiama “Teatro civile. Nei luoghi della narrazione e dell’inchiesta” di Daniele Biacchessi ed è uscito in tutte le librerie il 15 settembre scorso.

Un VerdeNero molto particolare in cui si parla di ambiente, di lavoro, di guerre, di antimafia attraverso la voce di chi, queste tematiche, le porta in scena. Artisti di vario genere, principalmente attori e musicisti.

Come di consueto vi propongo un’intervista, lunga e molto articolata, con l’autore. E vi ricordo che Daniele nei prossimi mesi sarà in tour con il libro proponendo alternativamente reading e presentazioni. Buona lettura!


“Teatro civile” è una sorta di meta-inchiesta. Come è nata l’idea di ricostruire i luoghi della narrazione e dell’inchiesta con questo meccanismo?

L’idea nasce dall’esistenza di un movimento artistico composto da storici narratori (Baliani, Paolini Fo e Rame, Ovadia, Rossi), e nuovi narratori (Celestini, Cavalli, Pesce). E’ un movimento variegato, prima dell’uscita di questo libro mai messo insieme, che sta ottenendo grandi consensi di pubblico e critica ma che non ha una distribuzione, dove ogni progetto resta legato solo al nome del narratore. Volevo realizzare dunque un manifesto che partisse dai luoghi in cui si svolgono i nostri racconti e metterlo sotto forma d’inchiesta, per indagare appunto un percorso artistico, un modo di fare memoria, un modello che possa valere soprattutto per le nuove generazioni che non conoscono queste storie, perché queste vicende sono tutte finite male, senza giustizia, perché sui libri di testo scolastico la storia contemporanea non viene sviluppata, studiata.

Nella prima parte si parla di ambiente e grandi disastri: Vajont e Marghera, tanto per citare i più eclatanti. Che ruolo può svolgere, secondo te, il teatro civile in queste vicende?

Un ruolo fondamentale. La storia del Vajont, prima che la raccontasse Paolini, rischiava di essere dimenticata nei cassetti dell’oblio. Ma il Vajont è un olocausto con migliaia di persone morte, un’intera zona sepolta dal fango. Stessa cosa vale per il Petrolchimico di Marghera narrata sempre da Paolini. Al processo di Venezia, i responsabili della Montedison sono stati prima assolti, poi condannati a pene lievi. Io ho portato in scena il dramma di Seveso, avevo scritto in un libro del 1995 (La fabbrica dei profumi) che l’Icmesa era una fabbrica che produceva armi chimiche, avevo trovato le carte rimaste sepolte nell’ufficio speciale di Seveso alla regione Lombardia, al Pirellone. Mi avevano preso per matto. Infatti nel 2006 il direttore della produzione dell’Icmesa e della Givaudan ha confermato parola per parola ciò che avevo scritto e portato poi in teatro. Certe volte noi narratori ci sostituiamo alla giustizia, altre volte riequilibriamo l’assenza totale della politica, cerchiamo di suscitare emozioni, rabbia, consapevolezza, dunque indignazione. Senza indignazione un popolo perde la sua dignità, qualsiasi cosa gli può passare sopra senza alcuna reazione.

Nel tuo libro ci sono diversi ospiti. Qual è secondo te il compito del narratore nel teatro civile?

Il narratore è un mediatore tra realismo e sogno, tra i dati oggettivi della storia e le emozioni, i sogni, la poesia. Mio nonno che mi raccontava accanto ad un camino acceso la storia della strage di Marzabotto (29 settembre 1944, 1830 persone uccise dai nazifascisti in ritirata) era un fine narratore, con lui l’intera sua generazione. Nel Dopoguerra e fino agli anni Settanta si è perso il gusto di raccontare storie, di fare memoria. Solo quando un popolo comprende il suo passato può capire il suo presente e decidere il suo futuro.

Dice Celestini che quando una persona decide di raccontare la sua storia realizza un’operazione interessante sul piano drammaturgico e letterario, perché rimettendo insieme i pezzi della sua vita riproduce una sorta di carta d’identità raccontata. Non è possibile estendere questa riflessione anche al narratore di teatro civile?

Quello che sostiene Ascanio è vero, ma per comporre una sorta di carta d’identità narrata bisogna mostrare il proprio volto, spendersi in prima persona, metterci la faccia. Non si possono raccontare le storie di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema se non ti si scava un profondo buco nero nel cuore. Il pubblico è intelligente, capisce se ci sono trucchi, artefizi, oppure c’è anima dietro alle parole. Penso che gran parte dei narratori abbiano compreso che il rapporto con il pubblico e con le storie che si raccontano sia fondamentale per andare avanti, per crescere, per far crescere anche una coscienza civile in un paese che spesso ha perduto la memoria e si stupisce quando il passato ritorna.

In “Teatro civile” si parla anche di resistenza, una vicenda considerata ormai demodé da molti. Quanto è importante oggi, secondo il tuo parere, parlare di resistenza?

Ci sono storici e giornalisti che hanno realizzato inqualificabili operazioni di revisionismo, parificando i partigiani ai repubblichini di Salò. In un paese normale il “sangue dei vinti” non si sarebbe mai potuto mischiare con “il sangue dei vincitori”, tra chi lottava per la democrazia e chi era alleato del nazismo e delle barbarie. In un paese normale queste storie apparterrebbero alla Storia fatta e conclusa. Invece no. Questo è un paese dove è potuto accadere che i nomi dei responsabili degli eccidi nazifascisti del ’44 tra Emilia, Toscana, Liguria, contenuti nei fascicoli delle autorità giudiziarie, siano stati occultati per 50 anni nel cosiddetto “armadio della vergogna” poi ritrovato nel 1994 nella sede dei vertici della magistratura a Roma, palazzo Cesi, via degli Acquasparta. C’erano i nomi di tutti i colpevoli che oggi hanno tutti 90 anni, quelli ancora in vita.

I processi successivi hanno condannato vecchietti, ma nel 1945 queste persone avevano 25 anni e avrebbero meritato il carcere a vita dopo aver ucciso oltre 40mila civili. Gli storici e alcuni giornalisti invece di raccontare la Storia si sono inventati la pacificazione. Questo è un paese dove il fascismo non se ne è mai andato, altro che vicende demodè. Ci sono 600 mila persone, nostri cittadini, che si rifanno alle ideologie del Terzo reich, che sostengono l’eliminazione di ebrei e rom, che organizzano raid a Dachau con gli stemmi nazisti. 600 mila persone che votano e aderiscono a gruppi di destra extraparlamentare ed eversiva.

Tu che lavori in radio, quale credi sia il ruolo della radio nel panorama deprimente dell’informazione attuale? Sarebbe mai ripetibile oggi un esperimento come quello di Radio Aut di Peppino Impastato di cui parli nel libro?

Beh Radio Aut di ieri è diventata oggi Radio Cento Passi. Peppino impastato non c’è più, ma la sua voce si è mischiata con quella di altri ragazzi che mandano avanti un’esperienza importante, anche se solo su internet. Poi c’è Radio Aut tutte le volte che qualcuno consuma le suole delle scarpe, fa il giornalista e va a vedere se le cose stanno proprio come dicono le istituzioni o le verità ufficiali. Radio Aut vive tutte le volte che si guarda oltre, che si fa controinformazione, che si trovano indizi e prove di tanti misfatti.

In “Teatro civile” ci sono ospiti anche diversi musicisti. Secondo la tua opinione e la tua esperienza quanto è vivo oggi l’impegno civile in ambito musicale?

Questa è la vera novità di questi ultimi anni. Dopo gli anni della canzone d’autore e impegnata e gli anni del riflusso è maturato un movimento che non appare in tv e neppure viene sostenuto dalle radio ma che riempie i teatri di pubblico. Penso solo ai Modena City Ramblers che riempiono i palazzetti con 4-5mila presenze senza alcun meccanismo promozionale e di mercato. Pensa a Ligabue che decide di realizzare un film documentario sulla nuova resistenza e intervista Don Ciotti e Margherita Hack. Pensa alla quantità di artisti che ogni sera girano l’Italia con la loro chitarra. Magari sono giovani, oppure veterani come i Gang, ma ovunque per loro c’è sempre pubblico, consenso, gente intorno.

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Un commento a “Teatro civile. Intervista a Daniele Biacchessi”

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