A braccia aperte. Intervista a Piersandro Pallavicini
Si chiama A braccia aperte ed è la storia di Samuel Badjang, rispettato chirurgo ospedaliero camerunense, che vive in Italia da “bianco acquisito”, e che si dovrà confrontare contro la folle società italiana per impedire alla figlia Gaelle di scivolare nell’incubo della clandestinità.
E’ il nuovo romanzo di Piersandro Pallavicini, che dopo African Inferno (uscito per Feltrinelli), torna sul tema dell’immigrazione a lui caro in questo nuovo VerdeNero Romanzi.
Nell’intervista che segue si parla soprattutto di immigrazione e dell’assurda situazione che vige nel nostro paese, ma principalmente si discute di personaggi “altri”, lontani dallo stereotipo che contraddistingue questo tipo di narrativa, e intorno ai quali ruota la storia di A braccia aperte.
Perché hai scelto il tema dell’immigrazione?
Perché dell’immigrazione si parla non poco ma malissimo, in modo sbagliatissimo. Dico sui media. Giornali, ma soprattutto TV. L’immigrazione è trattata solo per i casi (marginali, numericamente) dell’emergenza, del disagio, della clandestinità, della delinquenza. Ebbene, tutto questo esiste, ci mancherebbe, ma parlare solo di questo, nei media, significa ingenerare un immaginario distorto, nel quale l’immigrato è solo quello: una persona che soffre, che ha alle spalle una storia rocambolesca di atrocità, e che eventualmente delinque. Mi piaceva l’idea di lavorare sull’immaginario in un altro modo, cercando di ricostruirne uno, per i lettori italiani, privo di preconcetti, macchiettismi, stereotipi.
Ecco allora la necessità, per me come autore, di scrivere storie che entrino nel mondo mai raccontato (diciamo “la maggioranza silenziosa dell’immigrazione”) dei migranti in Italia, per indagare e raccontare vite parallele a quelle degli italiani, per svelare l’altrui immaginario, le psicologie, i modi di vedere. Cercando di dire, con i miei libri, che preso un immigrato nel nostro paese è assai probabile che costui sia uno studente, un operaio, un impiegato, un medico o un muratore, anziché un delinquente. E di descriverne sensazioni e pensieri. Ho scelto di farlo con A braccia aperte, e l’avevo già scelto prima, con il mio romanzo dello scorso anno, African Inferno (Feltrinelli), e lo avevo scelto ancor prima, per una raccolta di racconti uscita con Ediarco (l’editore che vende i libri per strada, con i vendeurs senegalesi). E sapete, anche, perché? Perché non c’è uno-scrittore italiano-uno che abbia scelto come tema della propria narrativa l’immigrazione. In un periodo in cui tutti i miei colleghi immergono le mani a fondo nel sociale (pensiamo per esempio ai romanzi sul lavoro precario, sulla fabbrica, sulla vita stentata), mi sembrava paradossale, e criminale, che nessuno si occupasse di immigrazione.
Visti i tuoi ultimi romanzi viene da pensare che per te l’Africa sia una vera propria passione. Perché?
Lo è. Il motivo sarebbe però da chiedere più al mio analista, se ne avessi uno, che a me. Diciamo che è una passione, un’ossessione che ho nel sangue sin da bambino. A 4 anni chiedevo a mia madre di adottare un fratellino, e che fosse nero, beninteso. Da “grande” l’Africa, in Italia, è sempre stata tra le mie frequentazioni, per amici, affetti, tempo speso in storie di vera fratellanza. Ecco, conoscendola così da vicino ho scoperto che noi italiani non ne sappiamo niente. Anzi, che crediamo di aver capito tutto, al fronte invece della nostra quasi totale ignoranza. Allora, qui, è nata anche la passione del raccontarla per disvelarla. Per disvelarne il bene, ma anche il male.
Che cosa intendi esattamente quando dici che l’immigrazione, in Italia, viene trattata solo in modo marginale? In cosa il tuo romanzo è diverso?
Riprendo quel che ho scritto più sopra. I miei colleghi italiani non ne parlano. Qualche volta troviamo l’immigrato macchiettistico, il “cattivo”, quello che fa cose delinquenziali in una forma assimilabile alle associazioni mafiose. Un personaggio vero - con una psicologia credibile - immigrato, non l’ho ancora letto. Magari mi è sfuggito, può essere, non leggo tutto. Ma posso dire con certezza che la sincera disamina dei rapporti quotidiani tra italiani e migranti non è al centro creativo di alcun testo sin qui pubblicato. Quel che faccio io? Cercare di entrarci, di calarmi in media res, di raccontare quelle storie che rimangono chiuse dietro le mura degli uffici, delle case, delle aule delle università, dei capannoni delle fabbriche. Racconto (in questo romanzo e in qualche altro) gli attriti, i ravvicinamenti, il sesso, l’amore, l’amicizia degli immigrati (africani). In Italia. Tra loro, e con gli italiani.
Attualmente la Bossi-Fini pesa come una spada di Damocle su tutti quegli immigrati che vorrebbero regolarizzare la propria posizione nel nostro Paese. E’ la storia di Gaelle, figlia di Samuel Badjang, rispettato chirurgo camerunense che vive in Italia, che si batterà per farle avere il permesso di soggiorno. Qual è la tua opinione sull’attuale situazione in Italia?
Mi sembra una situazione paradossale, ridicola. Da società incivile. Capirei (in linea di principio condividendoli) i paletti su argomenti che riguardassero il civico convivere, la richiesta di adesione a regole che per noi occidentali dovrebbero essere fondanti (la democrazia, la parità di diritti tra i sessi, la scolarizzazione obbligatoria). Ma tutto questo nella nostra legislazione in realtà non c’è. C’è solo un atteggiamento respingente a priori, che si estrinseca in una serie di regole ridicole, assurde, che rendono complesso oltremisura l’accesso legale (da lavoratori, da studenti) al nostro paese, e che umiliano e smontano chi è qui in modo legale e regolare, e vuole semplicemente farsi una vita da lavoratore. Sottolineo, peraltro, che questa linea spinosa, iper-burocratizzante, a liberista, non solo contraddice l’idea di flessibilità che dovrebbe sottendere il libero mercato del lavoro di questi anni, ma produce anche un’avversione verso le istituzioni statali che promuove la piccola illegalità. Detto in modo più banale: se uno stato ti opprime ingiustamente, umiliandoti con una serie di regole kafkiane, facendoti sentire cittadino di serie B, allora tu, migrante, svilupperai verso questo paese non ammirazione e rispetto, ma disprezzo e odio. E cercherai di fare del tuo meglio per “fregarlo”, per usare le sue stesse labirintiche leggine, appena potrai, per trarne illegalmente vantaggio. Si costruisce, insomma, una diseducazione civica, che rischia di fare degli immigrati e dei loro figli i primi ad aver voglia di fare i furbi verso lo stato e la società. Come sta regolarmente succedendo, purtroppo.
Hai raccontato di aver lavorato nel mondo delle ong e uno dei personaggi del libro (Azzurra) è proprio il frutto di questa esperienza, non sempre positiva. C’è una tendenza, secondo te, nella letteratura del nostro paese, un po’ come fu per la cinematografia western americana del Dopoguerra - in cui l’indiano era quasi sempre un buono -, a eccedere in una sorta di colpevole buonismo?
Mah, si parla così poco - anzi abbiamo visto: per niente - di immigrati che, in letteratura, il buonismo (come il cattivismo) non è un problema che si pone. Un po’ lo si è fatto nel cinema, negli sceneggiati tv, nei programmi televisivi con ospiti stranieri, dove si ha sempre a che fare con il caso umano che, attraverso un’orrenda sofferenza, è diventato infinitamente buono. Colpa del missionarismo cattolico? Colpa del terzomondismo anni 70 della sinistra?
Forse. In ogni caso non sto al gioco, cioè al luogo comune, né in questo libro né mai. Anche se, devo dire, l’ong deviato e maneggione c’è perché in un romanzo un cattivo ci vuole sempre. Azzurra e il suo gruppo, voglio dire, non corrispondono all’idea che ho, in media, delle ong, dei gruppi di volontari che si occupano di immigrazione in Italia. Ci ho anche un po’ lavorato, ne ho conosciuti tanti. Diciamo che, in qualche caso, alla buona volontà dei blocchi di partenza è subentrato il cinismo utilitarista di mezza corsa, quando cioè il lavoro in questo tipo di organizzazioni diventa lavoro e basta. Tanti, in questi casi, li ho visti diventare sensibili soprattutto al proprio portafoglio. Ma, se posso aggiungere una piccola cosa, benchè ovvia, a loro difesa: anche gli immigrati sanno essere snervanti, e sanno farti smettere di volergli bene.




