Navi a perdere, nasce l’Osservatorio “Per un Mediterraneo libero da veleni”
Foto Pensierisparsi1. E’ stato presentato questa mattina a Roma l’Osservatorio “Per un Mediterraneo libero da veleni” composto da una serie di organizzazioni impegnate nella tutela dell’ambiente, della salute, dei diritti, ma anche da associazioni di categoria.
L’obiettivo dell’osservatorio è chiedere a Governo, Magistratura e Parlamento “un impegno concorde per mettere con le spalle al muro la rete di trafficanti delle navi dei veleni che opera sostanzialmente impunita da 22 anni e per disinnescare la bomba ad orologeria, ai danni dell’ambiente e della salute dei cittadini, costituita dalle navi a perdere“.
Sono stato questa mattina alla presentazione che si è tenuta presso il palazzo della Provincia, proprio dietro Piazza Venezia, e vi voglio raccontare cosa è emerso dall’incontro.
L’osservatorio vuole dire basta ai traffici illeciti internazionali di rifiuti via mare, spesso associati con il traffico d’armi (vedi il caso Ilaria Alpi), e per fare questo ha presentato la Carta fondante dell’osservatorio stesso che consta di otto punti che vi riassumo brevemente.
Innanzitutto si chiede di mettere in comunicazione tutte quelle realtà che nel corso degli anni si sono occupate di questa vicenda per far sì che l’attività di monitoraggio, prevenzione e ostacolo nei confronti di queste attività illecite diventi costante e non altalenante come accade oggi.
Di questo si parla nei primi tre punti, quando si chiede un rapporto organico tra i tre organismi parlamentari interessati con poteri di indagine (le commissioni bicamerali su rifiuti e mafia e il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), un coordinamento tra le procure che si sono occupate della vicenda e l’istituzione da parte del Ministro dell’Interno di un tavolo operativo che coinvolga tutti gli organismi e i corpi delle Forze dell’ordine.
Dal coordinamento si passa al monitoraggio e alla ricerca attraverso la richiesta di creare una struttura operativa presso il ministero dell’ambiente, che faccia un censimento di tutte le indagini effettuate sull’inquinamento in mare aperto, nelle acque superficiali o nei sedimenti, e di raccogliere attraverso il ministero della salute tutte le segnalazioni provenienti dalle ASL e dai medici di base.
Si passa poi alla richiesta di individuare e mettere in sicurezza o bonificare i relitti delle navi, e di sostenere tutte questa attività con risorse adeguate, utilizzando i beni confiscati alle mafie. E infine di accertare le responsabilità penali dei comandanti, degli armatori e dei proprietari della navi.
Tutto ciò per porre fine a una vicenda sulla quale, secondo Alessandro Giannì, direttore della campagna mare di Greenpeace, “non ci è stata detta tutta la verità”.
“Per anni” dice Giannì “il mare è stato visto come un luogo estraneo. Un atteggiamento culturale che ha permesso di utilizzarlo come fosse una discarica di rifiuti”.
“Il ministero dell’ambiente ha messo a disposizione un filmato di qualità pessima dal quale è difficile capire qualcosa del relitto affondato a largo di Cetraro (la presunta Cunski poi diventata il piroscafo Catania ndr). Migliore è la qualità di quello della procura di Paola dalla visione del quale, però, sorgono ulteriori dubbi circa la reale identificazione del relitto con il piroscafo Catania (affondato secondo il ministero nel 1917 da un u-boat tedesco ndr)”.
“Dal filmato si evince che il relitto di Cetraro è dotato di paratie lisce, saldate, un sistema inventato dai tedeschi dopo la prima guerra mondiale e largamente utilizzato negli anni 30, ma che non può appartenere a una nave costruita nei primi anni del secolo quando per le paratie si utilizzavano i bulloni. Inoltre nel video si vedono chiaramente dei fusti di metallo mentre a quei tempi sulle navi si caricavano solo botti di legno”.
Delle incongruenze che si sommano a quelle di cui vi avevo parlato in passato circa le coordinate dell’affondamento e sulle quali sarebbe il caso che il Governo facesse luce e non si limitasse semplicemente a pubblicare mere smentite.
Anche perché l’allarme delle navi a perdere è stato lanciato dalle associazioni ambientaliste, ma prima ancora dalle istituzioni. E in tutti i casi in questione si parla di diverse navi affondate. 39 secondo la Commissione bicamerale sui rifiuti (Relazione conclusiva del 25 ottobre 2000 ndr), 55 secondo le dichiarazioni di Bruno Bianciforte al Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), 44 secondo quanto trasmesso dalla direzione marittima di Reggio Calabria alla Commissione Antimafia, sulla base delle dichiarazioni di Angela Napoli, membro della commissione stessa.
Per non parlare poi delle sconcertanti dichiarazioni del ministro per i rapporti col Parlamento, Carlo Giovanardi, che il 27 luglio 2004, rispondendo a un’interrogazione di Ermete Realacci parla di “sovrapposizione tra queste attività illegali e il traffico d’armi” con il coinvolgimenti di soggetti istituzionali dei governi europei ed extraeuropei nonché di esponenti della criminalità organizzata, come il noto faccendiere Giorgio Comerio.
E il risultato di tutti questi traffici illeciti (più corretto sarebbe definirli ignobili) è la devastazione di interi ecosistemi marini e i riflessi di ciò sulla salute umana. Interessante da questo punto di vista l’intervento di Ferdinando Laghi, di Medici per l’ambiente - ISDE, che spiega quanto non sia per niente circoscritto (sia nello spazio che nel tempo) l’avvelenamento causato dall’immissione di sostanze tossiche in mare aperto.
La diluizione, infatti, delle sostanze inquinanti in acqua può avvenire anche in tempi molto lunghi a causa del diverso stoccaggio dei rifiuti all’interno delle navi. E nel caso di container l’azione corrosiva del mare può impiegare anni a liberare in acqua le sostanze tossiche o radioattive. Senza calcolare” afferma Laghi “che il Mediterraneo è un mare chiuso e impiega ben 70 anni a ricambiare completamente le proprie acque”.
Inoltre la diffusione di queste sostanze a livello geografico non può essere calcolata con esattezza perché una volta digerite dai microorganismi, magari sul luogo dell’affondamento, questi veleni entrano nella catena alimentare e, complice la globalizzazione, possono finire sulle tavole di ignari consumatori a migliaia di chilometri di distanza.
Qui di seguito l’elenco di associazioni che fanno parte dell’osservatorio: Agci - Agrital, Cittadinanza Attiva, Comitato Civico “Natale De Grazia”, Greenpeace Italia, Lega Pesca, Medici per l’Ambiente – ISDE, Movimento “Ammazzateci Tutti”/Fondazione Scopelliti, Slow Food Italia, Società Chimica Italiana, WWF Italia.
Le navi dei veleni sul blog di VerdeNero
Navi a perdere di Carlo Lucarelli
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