No alla vendita dei beni confiscati. Antimafia sociale a rischio

Foto a.marsala.it Ci sono pure belle storie, in Ecomafia 2009. Storie di riscatto sociale, di cittadini che si riappropriano del territorio e affermano i principi di legalità e di giustizia. In Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Campania e in ogni altra regione d’Italia.

È esattamente ciò che è successo a Trapani, in un cementificio che è stato nelle mani di Cosa Nostra, che è servito ad arricchire i forzieri del clan che fa capo al super latitante Matteo Messina Denaro.

Un cementificio che, grazie alla legge 109 del 1996 e all’impegno dell’ex prefetto Fulvio Sodano, di Libera e Legambiente, è stato affidato a una cooperativa formata dagli stessi lavoratori, la Calcestruzzi Ericina Libera: uno dei tanti casi di riutilizzo sociale dei beni sottratti alle mafie.


Oggi in quel cementificio si produce un calcestruzzo attraverso il riciclo degli inerti: doppiamente pulito, dunque. Un tipico esempio di applicazione concreta dell’antimafia sociale, che non si ferma alle parole, ma crea percorsi di riscatto sociale dove legalità, economia e giustizia si intersecano in una osmosi di rara efficacia.

Il colpo più duro che si può assestare ai clan. Colpirli nei portafogli. Togliergli il frutto dei loro crimini. Piantare semi di legalità che li fanno apparire più piccoli, più vulnerabili. Anche così si riconquista il territorio dalla mala pianta mafiosa.

Cooperative di giovani che producono vino biologico, e lo chiamano Placido Rizzotto, con i vigneti che prima appartenevano ai “corleonesi”, a Giovanni Brusca, vigneti che hanno fatto da scenario allo scioglimento nell’acido del piccolo Giuseppe Di Matteo, è la migliore risposta da dare ai clan.

Ciò è talmente vero che sin dall’inizio queste iniziative economiche sono state oggetto di intimidazioni e di vandalismo: in ognuno di questi atti non è mai mancata la loro firma.

Una strada, quella del riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che è stata il frutto di una petizione legislativa lanciata tredici anni fa da Libera, firmata da oltre un milione di cittadini. Un appello allora raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità la legge 109/96.

Si coronava il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento, presentato dal senatore Maurizio Saia, in Senato alla legge Finanziaria, articolo 2 comma 47, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro sei mesi.

L’emendamento recita: “I beni (…) di cui non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento per le finalità di pubblico interesse ivi contemplate entro i termini previsti dall’art. 2-decies (180 giorni dalla confisca definitiva), sono destinati alla vendita”. Nella Finanziaria si prevede inoltre il diritto di prelazione per forze dell’ordine ed enti locali.

L’allarme sugli effetti che può avere questo provvedimento sull’intero universo dell’antimafia sociale lo hanno lanciato in tanti: magistrati, politici, forze dell’ordine, associazioni, cittadini.

In particolare, Libera, per bocca del suo presidente e simbolo della lotta alle mafie, don Luigi Ciotti, ha spiegato il valore della legge 109/96, la quale “non si è limitata ad affrontare un principio etico, ma lo ha tradotto in ‘metodo’, in orizzonte operativo: la lotta alle mafie è efficace se sappiamo saldare il contrasto al crimine con le politiche sociali, i posti di lavoro, i progetti educativi capaci di risvegliare le coscienze, denunciare le complicità e le contiguità, aprire un varco nell’edificio dell’illegalità, corruzione, indifferenza su cui si fonda il potere mafioso”.

Anche se la legge non lo dice, con la messa all’asta di questi beni è ovvio il rischio che possano rientrare nella disponibilità delle famiglie mafiose, attraverso la loro articolata rete di prestanomi e la loro immensa disponibilità di denaro contante. È logico che lo faranno.

Antonio Pergolizzi - Osservatorio Ambiente e Legalità Legambiente

Leggi No alla vendita dei beni confiscati. L’appello di Libera

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