Copenhagen, l’ennesimo fallimento (già annunciato)

Foto Greenpeace Italia. Non ero sicuramente tra quelli che si aspettavano grandi cose dalla conferenza sul clima di Copenhagen che si è appena conclusa e quindi, non avendo grandi aspettative, va da sé che la delusione è minore.

La mia non è una sindrome da “te l’avevo detto”, ma semplicemente un’analisi empirica basata sugli eventi passati. Date un’occhiata se volete, infatti, ai risultati delle precedenti conferenze, quella di Poznan del 2008 e quella di Bali del 2007 tanto per fare un esempio, e vi renderete conto sulla base di cosa sto giudicando.

Per dirla banalmente, non c’è due senza tre, e anche a Copenhagen i risultati sono stati praticamente nulli. Solo impegni volontari su base nazionale, senza verifica né scadenze.


In sostanza cosa si è ottenuto da questa ennesima Cop? Innanzitutto va detto che un accordo vero e proprio non c’è stato, ma semplicemente un’intesa mediata da Usa, Cina, India, Brasile e Sudafrica, della quale i delegati hanno “preso nota” mancando i presupposti per un’approvazione all’unanimità.

Perché vi chiederete voi? Semplice, perché paesi come Venezuela, Sudan, le isole Tuvalu, Nicaragua e Cuba, che rappresentano i paesi poveri (i più minacciati dal cambiamento climatico), hanno giudicato l’intesa raggiunta come un accordo al ribasso (per non parlare poi delle polemiche che riguardano le modalità attraverso le quali si sarebbe raggiunta l’intesa, pare sulla base di accordi separati fra i paesi suddetti).

E come dargli torto se andiamo ad analizzare cosa concretamente è uscito dalla conferenza? Sostanzialmente un impegno che prevede il taglio delle emissioni di gas serra del 50% entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990 per tutti e dell’80% per i Paesi industrializzati, ma senza prevedere obiettivi intermedi o scadenze per nessuno. Il che vuol dire fare affidamento sulla buona volontà di ogni singolo stato (e sappiamo bene la buona volontà che risultati ha prodotto fino ad oggi).

Poi l’ennesima dichiarazione sul limite di 2 gradi all’innalzamento delle temperatura… Dico io, ma per quanto tempo ancora dovremo continuare a ripetercelo che oltre quel limite sarà il disastro? Non basta che tutta la comunità scientifica sia concorde su questo punto? Servono i capi di stato di 192 paesi per giungere a una banale constatazione come questa? Non sarebbe più logico, invece di prendere atto di una tale banalità, fare qualcosa di concreto?

Le risposte le lascio a voi. Non mi voglio prendere questa briga. Per ora l’unico dato positivo è l’impegno collettivo dei Paesi sviluppati a fornire risorse nuove e aggiuntive per 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-2012 e di 100 miliardi entro il 2020 nei confronti dei paesi poveri. Sempre che anche queste non siano solo parole.

Vi segnalo il Glossario (e appunti) per capire Copenhagen e il Protocollo di Kyoto di Nextville

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