Nessuna nave dei veleni. Nessun rifiuto radioattivo. C’è qualcosa che non torna…

Sulla base di quanto riportato dal Ministero dell’ambiente la nave affondata a largo di Cetraro non sarebbe la Cunski mentre i fusti radioattivi precedentemente identificati non sarebbero tali, ma semplici prese d’aria cilindriche.

Sulla base dei rilevamenti effettuati dalla nave “Mare Oceano” inviata dal ministero, si tratterebbe della nave passeggeri “Catania” affondata nel 1917.

Sembrerebbe quindi tutto risolto: nessuna nave dei veleni, nessun rifiuto radioattivo. Ma sono troppi i conti che non tornano in questa storia.


Partiamo dalla nave “Catania”. Secondo fonti ufficiali il piroscafo venne affondato almeno a 3,2 miglia di distanza (circa 5 chilometri) da dove la “Mare Oceano” ha effettuato i rilevamenti. Se non ricordo male (e non ricordo male, guardate questo video) all’inizio si era detto che la nave si trovava a venti miglia dalla costa. Poi improvvisamente le miglia sono diventate 14. Che si sia trattato di uno scambio di navi? Non nel senso che le navi sono state spostate, ma che la nave indagata all’inizio non sia quella ispezionata poi dalla “Mare Oceano”.

Non solo. Non tornano neanche le misure della nave che, secondo i dati riportati dai costruttori, dovrebbe misurare 95,8 metri contro i 103 comunicati dal Governo. Errore di quest’ultimo? Registri poco affidabili? Tutto è possibile, ma sono tutti punti su cui qualunque persona sana di mente richiederebbe delle spiegazioni quanto meno credibili.

Andiamo avanti. Come scrivevo già il 22 ottobre la presenza di metalli pesanti (arsenico, cobalto, alluminio e cromo) nei pressi del luogo dove è stato ritrovato il relitto della nave era stata già riscontrata nel 2006 quando la Capitaneria di Porto di Cetraro con l’ordinanza 03/2007 aveva interdetto la pesca nelle zone contaminate. La domanda è: perché l’ordinanza fu ritirata un anno dopo? Che fine hanno fatto le analisi che allora testimoniavano la presenza di metalli pesanti?

E ancora. Le prime analisi effettuate dal robot Rov indicano che non ci sono alterazioni della radioattività a 300 metri dai fondali, ma questo non significa un bel niente visto che, come spiega Ezio Amato, ricercatore e responsabile del servizio emergenza ambientale dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), “sott’acqua i raggi gamma non si vedono, e meno ancora quelli alfa. Se per esempio ci fosse plutonio in uno dei contenitori e questo per caso si fosse aperto, la sostanza, per la sua pesantezza, scenderebbe sul fondale e si potrebbe rilevare solo prelevando quel tratto di sedimento”.

In sostanza finché non si recuperano i bidoni non è dato sapere se esiste o meno alterazione della radioattività. Ora, guarda caso, i bidoni sembra che non esistano più e quindi, aggiungo io, magari svanisce anche la necessità di fare analisi dei sedimenti del fondale (speriamo di no).

Ma anche su questo punto i dubbi viaggiano alla velocità della luce. Già a settembre il robot subacqueo inviato dalla Regione Calabria aveva spinto il procuratore di Paola a parlare con sicurezza di “bidoni” all’interno del relitto. In un altro video si dice inoltre: “Chi ha visto le immagini con attenzione non ha dubbi, è una nave cargo a doppia stiva“. E c’è di più, l’assessore regionale all’Ambiente Greco dichiara che la nave, vista la fattura della saldatura e la forma degli oblò, è stata costruita negli anni 50-60.

Ora, il timore è che nella fretta di tranquillizzare le genti calabresi, i pescatori preoccupati per la pesca, e gli operatori preoccupati per il turismo, si archivi una vicenda che appare tutto meno che chiara. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha parlato di una vicenda giornalistica “irresponsabile” perché non sono stati trovati riscontri agli allarmismi diffusi. Ma prima di parlare di allarmismi mi piacerebbe che il procuratore, così come le istituzioni, rispondessero a tutti i dubbi di cui sopra. Solo allora la vicenda si potrebbe dire veramente chiusa.

Un ultima postilla. A prescindere dal fatto che il caso di Cetraro sia chiuso o meno quello che non bisogna dimenticare che la storia delle navi a perdere non si estingue con il ritrovamento della Cunski (o presunta tale). Ci sono decine e decine di barche, infatti, che hanno fatto perdere le loro tracce tra la fine degli anni 80 e gli anni 90 per non parlare della presenza di radioattività e di sostanze tossiche accertata ormai da anni sia nella cava di Petrone che in località Foresta e nei pressi del fiume Oliva (la Jolly Rosso?). Su queste e molte altre vicende sepolte si deve concentrare l’interesse nostro, della magistratura e delle istituzioni tutti. Finché luce non sarà fatta.

Il comunicato stampa del Ministero dell’ambiente

Su il Quotidiano Nazionale La nave dei veleni è un piroscafo affondato nel ‘17. Grasso: “Il caso è chiuso”

Le dichiarazioni di Ezio Amato dell’Ispra

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Navi a perdere di Carlo Lucarelli

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Un commento a “Nessuna nave dei veleni. Nessun rifiuto radioattivo. C’è qualcosa che non torna…”

VerdeNero » Blog Archive » Navi a perdere, le domande a cui dovrebbe rispondere il Ministero dell’ambiente Dice:

[...] cui dovrà rispondere il governo. Domande che in parte vi avevo già anticipato nel post intitolato Nessuna nave dei veleni. Nessun rifiuto radioattivo. C’è qualcosa che non torna… e che possono essere certamente completate nei 19 punti presentati dalle associazioni che il 24 [...]

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