Jolly Rosso, si ritorna a parlare delle navi dei veleni

Foto L’Espresso. Si ritorna a parlare di Jolly Rosso e di navi di veleni, e la cosa non può che farmi piacere visto che l’ultima volta che ne avevo scritto su questo blog era per segnalare l’individuazione da parte della Procura di Paola dei rifiuti radioattivi in zona Serra d’Aiello, nei pressi del torrente Oliva.

Da quelle ricerche poi, purtroppo, era scaturito un nulla di fatto: l’ennesima archiviazione del caso, con grande gioia degli armatori Messina, proprietari della nave affondata.

Fortunatamente grazie al lavoro degli investigatori la vicenda dei rifiuti tossici interrati è rivenuta a galla e con essa quella delle navi a perdere.


Secondo quanto riporta Il manifesto, nel luogo dove gli investigatori cercavano invano da tempo (e che purtroppo portò all’archiviazione del caso di cui vi parlavo), sarebbe stata individuata “una cava dismessa, a pochi chilometri dalla spiaggia, sulla strada che sale verso Serra D’Aiello”. Una cava che “contiene residui nucleari non naturali, che provocano un aumento della temperatura del suolo di circa sei gradi”.

“Una macchia rossa visibile anche dai satelliti, dove gli strumenti dei tecnici dell’Arpacal e dei Vigili del Fuoco hanno segnato un valore di radioattività fino a sei volte superiore ai valori di fondo normalmente presenti nella zona”.

E non serve essere laureati in medicina per fare un collegamento naturale tra questo fatto e l’alto tasso di tumori registrato nella cittadina di Amantea.

I rifiuti sarebbero quelli fatti sparire dalla motonave Jolly Rosso, spiaggiatasi sul litorale cosentino il 14 dicembre 1990.

Altro fatto importante emerso nei giorni scorsi e direttamente collegato al caso della Rosso è quello del ritrovamento di un’altra nave affondata proprio a largo di Cetraro, nei pressi di Amantea.

La scoperta è stata fatta grazie alla nave Copernaut Franca della società Nautilus dalla Regione Calabria e con l’aiuto dell’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente). Si tratta di una nave da carico lunga circa 120 metri e larga venti, che secondo quanto riportato dal pentito Francesco Fonti (lui stesso sarebbe stato responsabile dell’affondamento di diverse “carrette del mare” in quella zona) si potrebbe far ricondurre alla Cunski, un’imbarcazione contenente 120 bidoni di scorie radioattive.

La buona notizia è che la vicenda è tornata di nuovo all’attenzione pubblica e le ricerche possono così proseguire dando manforte al lavoro della Procura di Paola. Ora la palla, però, passa al Ministero (dell’Ambiente?) perché se si trattasse veramente di rifiuti radioattivi (sia quelli nella nave sia nella cava) sarà necessario impiegare attrezzature particolari e ci vorranno tempo e soldi. E soprattutto questi ultimi non ce li ha né la procura né tantomeno la Regione Calabria.

Bisogna capire, però, quanto le istituzioni vogliano realmente far chiarezza sulla vicenda. Spulciando in rete ho trovato infatti un blog che si chiama Scirocco Rosso, che da anni si occupa della vicenda della nave spiaggiatasi sulle coste calabresi. Secondo Francesco Cirillo, autore del sito, le implicazioni della storia sono molto più complesse di quelle che trapelano dalle news “ufficiali” e vedono pesanti coinvolgimenti anche da parte della procura di Paola, a suo dire, autrice, nel corso degli anni, di veri e propri depistaggi, per non parlare delle responsabilità dello Stato che, sempre secondo quanto riportato nel sito, era a conoscenza da tempo di numerosi elementi già di per sé sufficienti per tenere in vita l’inchiesta.

Per un approfondimento - il tema è molto complesso - vi rimando al blog Scirocco rosso.

E ne approfitto naturalmente per riproporvi la lettura di Navi a perdere di Carlo Lucarelli.

Da L’Espresso

Calabria al veleno
Il relitto dei veleni

Da Il manifesto L’eredità di morte della Jolly Rosso

Da Repubblica Nave dei veleni, l’appello del procuratore

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