Vite spericolate, intervista a Patrick Fogli
Vi avevo già parlato di Vite spericolate, di Patrick Fogli, l’ultimo numero della Collana VerdeNero, ma non fa mai male ripetere le cose, soprattutto in un periodo come questo che ci ha visti impegnati con tante uscite contemporaneamente.
Lo scrittore bolognese ci racconta la storia di Caterina, eroina al femminile alle prese con uno dei tanti drammi occultati della storia italiana: l’amianto.
Caterina torna al paese per seppellire la madre, vittima anch’essa di questo killer implacabile, nonostante non abbia mai messo piede nella fabbrica. Caterina ricomincia allora a combattere e indaga alla ricerca della verità.
Partiamo dal titolo. Perché “Vite spericolate”?
Il vero motivo del titolo non te lo posso dire, per scoprirlo bisogna leggere il libro fino alla fine. La citazione di Vasco Rossi è, comunque, evidente.
Posso dirti che le vite che racconto in realtà non sono per niente spericolate. Sono esistenze del tutto normali, almeno all’apparenza. E il pericolo che corrono fa proprio parte della loro quotidianità.
In Vite spericolate si parla di amianto, un killer implacabile che in Italia ha fatto strage di lavoratori.
Silenzioso, oltre che implacabile. E inarrestabile, a quanto pare. Un personaggio da romanzo, se fosse un essere umano e se non si trattasse, invece, della realtà. Una storia di cui si parla poco, come accade spesso dalle nostre parti.
Il libro è uscito appena un mese dopo l’inizio del maxi processo contro la multinazionale Eternit a Torino. Il libro parla infatti di Casale Monferrato dove l’amianto ha mietuto vittime su vittime. E a vent’anni di distanza dalla chiusura dello stabilimento le vittime non cessano di aumentare.
Il mesotelioma pleurico – il tumore indotto dall’esposizione all’amianto – ha una latenza che si misura a decine d’anni. Trenta, anche quaranta. E’ facile capire, quindi che per molti anni continuerà a far parlare di sè. Si attende il picco per il 2010-2015. In realtà il romanzo parla non solo di Casale Monferrato, uno dei luoghi simbolo della strage legata all’amianto. Non ho voluto indicare nessuna località geografica né nessuna fabbrica in particolare. Nel libro parlo di fabbrica e Paese, proprio perché questa è una storia tipicamente italiana ed è fatta di tante situazioni locali, più o meni grandi, ma altrettanto tragiche. Non è un problema solo di Casale Monferrato. E non si deve fare l’errore di considerarlo tale.
Nel nostro Paese, anche nella realtà, c’è ancora chi ha voglia di indagare e di smascherare le menzogne. Ma sembra quasi che sia più difficile che altrove far luce sulla realtà dei fatti. Personalmente che idea ti sei fatto?
Qui il discorso andrebbe allargato alla nostra realtà. Prima di questo ho scritto un romanzo, “Il tempo infranto”, che a partire dalla strage di Bologna si occupa di terrorismo nero e dell’Italia degli anni Settanta. Anche quella una storia dimenticata, che non s’insegna, per cui sembra difficilissimo proporre una qualche forma di memoria storica.
Storie così, vicende come quella dell’amianto, che toccano intersezioni strane fra mondo economico e politico, che vanno a intaccare interessi molto forti e non solo locali, sono difficili da perseguire. La cosa strana, nel paese che è ormai diventato l’Italia, è che sembra esserci pochissimo interesse generale a mantenere viva l’indignazione, la protesta e, soprattutto la conoscenza.
Da un lato è comprensibile, da parte di chi ha molto da guadagnare da questi silenzi. Eppure, come dici tu, c’è ancora chi tenta di lottare, di indagare, di tirare a galla, di ricordare. A volte mi chiedo se questi tentativi non siano una lotta contro i mulini a vento dell’indifferenza generale, ormai dilagante. E l’unica risposta che mi viene è che, comunque sia, vanno fatti. Sempre.
Oggi come allora tanta povera gente è vittima del ricatto occupazionale. Come se fosse realmente necessario dover scegliere tra la vita e il lavoro.
La sensazione è esattamente questa. E’ una di quelle cose che il passare del tempo, l’evoluzione della società e dei diritti avrebbero dovuto sanare. Ovviamente non è successo, almeno non del tutto. Nel caso dell’amianto è ancora peggio. Sta morendo anche chi non lo ha mai lavorato. Semplicemente, magari, ha avuto un parente, un amico, un fidanzato o una fidanzata. Il lavoro ha ucciso non solo chi lo ha fatto, ma spesso anche le famiglie che da quel lavoro hanno avuto di che vivere.
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