L’Italia chiamò, intervista a Matteo Scanni

“L’Italia chiamò. Uranio impoverito: i soldati denunciano” di Leonardo Brogioni, Angelo Miotto e Matteo Scanni: è uno dei tre testi usciti in libreria il 13 maggio per VerdeNero Inchieste.

Nei giorni scorsi ho raggiunto via email uno dei tre autori del libro, Matteo Scanni, per un’intervista dedicata ai casi di inquinamento bellico che hanno coinvolto i nostri soldati in Bosnia, Kosovo e Iraq.

Partiamo oggi con lui e proseguiremo nei prossimi giorni con le interviste a Scardova e Grainer per Carte false, e a Vulpio per La città delle nuvole.


“L’Italia chiamò” racconta l’inquinamento bellico provocato dall’uranio impoverito sulle forze armate impiegate in Bosnia, Kosovo e Iraq. Uno dei più gravi scandali degli ultimi vent’anni. Perché in Italia se ne parla così poco?

In effetti le forze armate e la politica hanno sempre fatto di tutto per tenere “bassa” l’attenzione su questo argomento. Non hanno mai dato spiegazioni soddisfacenti ai media, né tantomeno ai familiari delle vittime.

Anche le conclusioni delle commissioni parlamentari che hanno indagato sull’uranio impoverito e quelle che invece si sono concentrate sugli aspetti medico-sanitari non hanno chiarito le responsabilità dei vertici dell’esercito, né gli effetti dell’esposizione all’uranio impoverito sul corpo umano. E il tema, col passare degli anni, è diventato un tabù, un’emergenza “silenziata” prima che si trasformasse in una questione di Stato.

D’altra parte i vertici delle forze armate sanno che le cifre di cui si ragiona sono impressionanti: 2.500 militari ammalati e 176 morti sono numeri che da un certo punto di vista impongono understandment.

C’è una questione centrale che non ha mai ricevuto una risposta: se si conosceva la pericolosità dell’uranio impoverito perché nessuno ha pensato di proteggere i militari inviati nelle missioni internazionali? E di conseguenza, a chi spetta la responsabilità di tutti questi decessi?

Capire come ha funzionato la catena di comando è fondamentale, ed è un punto che nel documentario abbiamo cercato di sviluppare. L’ultima commissione parlamentare che ha indagato sull’uranio impoverito ha incontrato notevoli difficoltà ad acquisire dallo Stato maggiore della difesa i documenti necessari alle indagini. La denuncia non è nostra, ma di Mauro Bulgarelli, un ex componente della stessa commissione.

Più in generale direi che i fatti di cronaca che vedono coinvolti i vertici delle forze armate sono sempre stati materia sensibile, una trama difficile da indagare. Penso al caso di Ustica, per esempio.

I militari americani erano a conoscenza delle precauzioni necessarie da prendere a contatto con il materiale radioattivo utilizzato nella fabbricazione di queste armi micidiali sin dal 1993 mentre i nostri soldati erano all’oscuro di tutto. I soldati, ma non i vertici delle forze armate. Perché hanno taciuto un fatto così importante?

L’Esercito statunitense ha condotto i primi esperimenti sui proiettili depleted uranium nel 1978, nel poligono di Eglin, in Florida, e nello stesso anno ha mandato in produzione i primi missili con testate arricchite.

Tuttavia negli Stati Uniti il Dipartimento della difesa è corso ai ripari solo dopo la prima guerra del Golfo, quando tra i soldati si sono manifestati i sintomi di una malattia misteriosa e letale - poi classificata appunto come “Sindrome del Golfo” -, che ha fatto migliaia di morti. Non è stato però un passaggio immediato.

Se nelle caserme americane sono arrivati audiovisivi e manuali che spiegavano come prevenire i rischi di una contaminazione è anche grazie all’impegno di alcune associazioni di cittadini ed ex militari - come la DU Citizens’ Network -, che hanno ottenuto la pubblicazione dei rapporti segreti della Difesa, dai quali emergeva chiaramente la pericolosità delle armi all’uranio impoverito.

L’impatto sui media è stato fortissimo e ha innescato nel paese un moto di reazione che ha portato alla predisposizione di una serie di protezioni e contromisure. In Italia i videotape addestrativi girati dagli americani sono arrivati, come in tutti gli altri paesi della Nato. Nessuno però li ha mai mostrati nelle nostre caserme.

I soldati italiani sono morti per incuria. Per proteggerli sarebbero bastate tute schermanti, guanti e maschere con filtri. Ma i soldati sono partiti per la Somalia, i Balcani, l’Afghanistan e l’Iraq senza questo equipaggiamento. Quando hanno iniziato ad ammalarsi e morire, invece di integrare il loro guardaroba, si è fatto finta di niente. A quel punto, cominciare a proteggerli con indumenti adeguati sarebbe stata un’ammissione di responsabilità e avrebbe avuto effetti anche sul piano penale.

“L’Italia chiamò” è un’inchiesta che racconta soprattutto vicende umane, quelle dei soldati ammalatisi dopo le missioni. Si tratta di cifre da capogiro che però ancora non bastano per stabilire un nesso di casualità tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgere di patologie tumorali. Com’è possibile?

Le commissioni medico-scientifiche dirette dal professor Franco Mandelli hanno stabilito che non è possibile stabilire un nesso causale tra l’esposizione all’inquinamento bellico e l’insorgenza della malattia nei soldati. E lo stesso ha concluso la prima commissione parlamentare insediata per indagare sul tema. Tuttavia nella relazione della seconda commissione parlamentare, datata febbraio 2008, si riconosce ai militari ammalati e alle loro famiglie il diritto di accedere comunque a indennizzi e ad avviare l’iter per il riconoscimento della causa di servizio.

Inoltre il 17 dicembre 2008 il Tribunale di Firenze ha condannato il ministero della Difesa a risarcire la somma di 545 mila euro al soldato Gianbattista Marica, affetto da un linfoma contratto durante l’operazione Ibis in Somalia.

La sentenza è interessante perché l’impianto si basa sul mancato rispetto della legge 626 sulla sicurezza nei posti di lavoro. Semplificando, il ministero della Difesa, in quanto datore di lavoro, non avrebbe fornito ai suoi dipendenti - i soldati - le adeguate protezioni per operare in missione all’estero. Questo precedente aprirà probabilmente la strada a decine di altri risarcimenti.

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Un commento a “L’Italia chiamò, intervista a Matteo Scanni”

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