Le stanze di Mogador. Intervista a Gian Luca Favetto

La settimana scorsa vi ho presentato Le stanze di Mogador di Gian Luca Favetto, sedicesimo volume della Collana VerdeNero.

Per chi ancora non lo avesse acquistato e avesse bisogno di farsi invogliare in qualche modo, ecco una bella intervista con l’autore, con cui parliamo di letteratura, di smaltimento illegale di navi e naturalmente delle trame di cui è intessuta la storia. Buona lettura!


Come ti sei trovato a collaborare con VerdeNero? E soprattutto perché hai deciso di farlo?

Bene, molto bene. Un vero editore di progetto. E con un editore di progetto uno ha voglia di lavorare.

Credi che il tuo libro possa essere definito un econoir?

Il mio romanzo vorrei che fosse letteratura. La letteratura è giardini meravigliosi con veri rospi dentro. La letteratura si guarda intorno, nel luogo dove accade, e si porta dietro lo sguardo di chi legge così da condividere con lui il mondo circostante. Se è vero, come è vero, che la parola è per metà di chi scrive e per metà di chi legge, allora la letteratura appartiene più alla lettura che alla scrittura. Se appartenesse di più alla scrittura, si chiamerebbe scritteratura e sarebbe indubbiamente cosa da scriteriati.

“Le stanze di Mogador” è un romanzo sul viaggio, ma anche sull’essere fotografo e sullo smaltimento illegale di navi. Come ti sei trovato a lavorare su un tema del genere?

In effetti, credo che tutti i libri siano libri di viaggio oppure non sono. Scrivere appartiene allo stesso movimento del viaggiare: un’azione porta all’altra e l’altra riporta alla prima. Nel caso delle “Stanze di Mogador” avevo un’idea sullo smaltimento delle navi, che è un tema che mi interessa da una mezza dozzina d’anni, nel 2002-2003 pensavo a un monologo teatrale, a una voce che usciva dalla pancia di una balena d’acciaio sventrata e spiaggiata, un uomo che parlava ma che non si vedeva, per cinquanta minuti raccontava l’inferno di Alang. Poi Verdenero mi chiede se ho un’idea, io propongo una storia di montagna e una di mare sullo smaltimento, l’editore sceglie il mare, e allora io mi imbarco. Trovo un fotografo, uno che per mestiere guarda e vede e provo a far accadere vicino a casa, in casa nostra, in Sicilia, ciò che di solito accade lontano dai nostri occhi, in Cina, in India, in Bangladesh

Damir Babic, il protagonista del libro, incontra vari personaggi nel corso della storia. Uno di questi è Salvatore Puma, un delinquente in lotta con il mondo che cerca la sua rivalsa lavorando nell’inferno di una nave spiaggiata e smantellata da un esercito di miserabili, e il Comandante, un marinaio a fine corsa con il vizio di bere e raccontare storie. Tutto questo conduce Babic a scoprire un traffico illegale legato allo smaltimento delle navi. Ti sei ispirato a una storia vera per raccontare questa trama?

Mi viene da pensare che le storie non siano vere prima di essere raccontate, sono vere dopo che le racconti. Io credo nella letteratura, credo nel volere della letteratura e anche nel volare. Vola vuole e vale, la letteratura. Fa volere, volare e dà valore, valori, perché è movimento viaggio cambiamento. Di sguardo e di posizione. Di natura. Credo sia potenza, non potere: energia. E credo che possa cambiare il mondo, il piccolo mondo interiore di chi la pratica insieme, cioè di chi legge e di chi scrive. Pensa al Don Chisciotte, a Madame Bovary, al Rosso e il Nero, al Vecchio e il mare, ma anche alle storie di Benni, Perec, Philip Dick.

Oggi purtroppo lo smaltimento illegale delle navi è un fenomeno assai diffuso, soprattutto in paesi come la Cina e l’India. Parliamo di un business di miliardi che permette di sfruttare la scarsa legislazione in materia in questi Paesi, dove gente senza scrupoli lucra in barba ad ogni tipo di legislazione ambientale e senza badare alla salute di chi queste navi smantella. Quanto è difficile trattare un argomento del genere all’interno di un romanzo?

Non è difficile, perché il romanzo nasce per trattare della vita, di quello che è dentro nella vita, di ciò che accade in più vite. Racconta vite, la letteratura, non semplici esistenze. Sai, non è che uno abbia un tema e lo infili a forza in un romanzo. C’è uno spunto, ma poi uno scrive il romanzo che gli nasce sotto forma di personaggi, paesaggi, luoghi, azioni. Con la scrittura va ad affrontare loro e, affrontandoli, svolge i temi che ha in mente e anche quelli in cui si imbatte. E’ una prospettiva diversa: c’è più ascolto, in chi scrive così. Scrivendo si divaga e nelle divagazioni s’incontrano le cose più interessanti, inaspettate. Per esempio, “Le stanze di Mogador” affronta il tema dello sguardo, del vedere, dell’oblio, della memoria; in un’epoca come la nostra -di regno assoluto delle immagini e della percezione superficiale- costringe un fotografo professionista a fermarsi e a recuperare attraverso la parola, attraverso il ragionamento, ciò che non è riuscito a vedere, recuperarlo attraverso i racconti altrui e i propri confusi ricordi. E poi, quello che mi piace, in un romanzo, è che si possa dire che dentro ci sia, non una trama, ma qualche vita. Alcune delle nostre vite, almeno.

Credi che attraverso il romanzo sociale sia possibile sensibilizzare i lettori nei confronti di temi importanti come questi?

Non credo in formule che si presentano come definizioni, dunque non credo nel romanzo sociale, soprattutto non credo sia migliore del romanzo “asociale”, non credo possa dire di più, dare di più. Credo nel romanzo, punto, che racconta e non spiega, mostra e non dimostra, ti accompagna, ti fa fare un’esperienza, ma non insegna. Credo nella letteratura. Nella responsabilità. Nella dignità. Nella condivisione e nella solidarietà. Nella libertà. Credo in una serie di parole e idee così, incarnate nei fatti e nei comportamenti peronali. Mi basta credere nel romanzo, quindi. Nei buoni romanzi: in Alice nel paese delle meraviglie e in Cent’anni di solitudine, in Kafka e in Cortazar. Al massimo è la nostra lettura che può trasformare in “sociale” un romanzo.

Le stanze di Mogador

Tags: ,


Lascia un commento