L’albero dei microchip. Intervista a Massimo Carlotto
Foto. Come vi ho ripetuto varie volte il 25 febbraio è uscito in tutte le librerie d’Italia L’albero dei microchip, il nuovo VerdeNero firmato da Massimo Carlotto e Francesco Abate.
Un romanzo-inchiesta avvincente che tratta l’ecomafia più “al passo coi tempi” che vi sia in circolazione, ovvero quella legata al traffico internazionale di rifiuti elettronici.
Venerdì vi ho presentato l’intervista a uno dei due autori, Francesco Abate. Oggi invece, come promesso, ecco quello che mancava: alle stesse domande che ho posto ad Abate ha risposto infatti anche Massimo Carlotto. Buona lettura.
Partiamo dal titolo, “L’albero dei microchip”. A chi è venuta l’idea? E perché questo titolo?
(Massimo Carlotto): L’idea è di Michele Ledda, uno dei Mama Sabot che hanno partecipato a questo progetto. Il titolo suggerisce l’immagine che potrebbe avere un bambino di un campo “seminato” di spazzatura elettronica.
Il traffico dei rifiuti elettronici è uno dei business più lucrosi delle ecomafie e riflette in modo perfetto i rapporti Nord-Sud del Mondo legati alla globalizzazione. Non solo la produzione industriale viene decentrata, ma anche lo smaltimento dei rifiuti. Come vi siete trovati a trattare un argomento così complesso?
(M.C.): Lo abbiamo scelto tra molti altri (purtroppo l’Italia è profondamente segnata dall’attività delle ecomafie) perché ci permetteva di parlare di Africa, parte del mondo che fa sempre meno notizia. In questo paese sempre più razzista si alimentano ignoranza e rimozione nei confronti di un intero continente afflitto dal sottosviluppo a cui lo abbiamo condannato. Inoltre ci sembrava importante raccontare il ruolo italiano nel disastro della Liberia: gli affari sporchi, i traffici, le ruberie, il saccheggio delle materie prime.
“La narrativa d’inchiesta nasce dalla necessità di risolvere un problema” diceva Carlotto nel corso di un dibattito alla fiera del libro di Roma. “Sui giornali e sulle riviste non c’è più spazio per una certa saggistica scomoda”. In questo contesto quanto è importante che esista un certo filone di letteratura come quello del romanzo-inchiesta imboccato anche da VerdeNero?
(M.C.): E’ davvero importante perché permette di tenere sempre viva l’attenzione su un tema scottante come quello delle ecomafie. Stampa e televisione si limitano a riportare le notizie senza analizzare il prima e il dopo. Invece il romanzo inchiesta oltre a informare racconta i meccanismi criminali nel loro complesso con l’obiettivo di fornire strumenti utili al lettore.
Questo fa sì che spesso siano gli stessi cittadini o comitati locali a sollecitarvi rispetto ad argomenti di cui non si parla o non si vuole parlare per una serie di motivi. Cosa significa per uno scrittore scrivere in un contesto politico-sociale del genere? Ci si sente investiti in qualche modo di una responsabilità che va al di là della semplice divulgazione culturale?
(M.C.): Più che altro ci si sente parte di quell’Italia che vuol capire e vuole reagire. In qualche modo siamo al servizio dei nostri lettori, rifiutando la dotta estraneità dello scrittore dalla realtà. Noi vogliamo raccontarne i lati oscuri non solo per informare in modo “altro”, ma per contribuire a costruire un’alternativa.
Non è la prima volta che scrivete un romanzo a quattro mani, così come per VerdeNero non è il primo episodio del genere (era già accaduto con Bloody Mary di Vichi e Gori). Come è nata questa forma di collaborazione? E come ci si trova a scrivere un romanzo collettivamente?
(M.C.): L’albero dei Microchip è stato scritto con il contributo complessivo di 6 persone. Scrivere collettivamente questo tipo di romanzi significa lavorare a un’inchiesta e poi trasformarla in un romanzo senza smarrirne il senso e seminando i dati raccolti nella narrazione. La collaborazione nasce dalla necessità, oltre al piacere di lavorare assieme, di affrontare indagini complesse che il singolo scrittore non sarebbe in grado di portare a termine.
Un’ultima domanda. Vi riconoscete nella “New Italian Epic”? E se sì perché?
(M.C.): Io ne faccio parte dopo aver pubblicato Cristiani di Allah. Il romano storico (e non solo) come metafora del presente in cui viviamo è un’atra formula narrativa di grande potenza e valenza sociale.
L’albero dei microchip. Intervista a Francesco Abate
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Aprile 25th, 2009 at 3:42 pm
[...] gli autori Massimo Carlotto e Francesco Abate. Consiglio di tenere d’occhio queste iniziative e i gruppi di lavoro che le [...]