L’albero dei microchip. Intervista a Francesco Abate

Come vi avevo annunciato il 25 febbraio è uscito in tutte le librerie d’Italia L’albero dei microchip, il nuovo VerdeNero firmato da Massimo Carlotto e Francesco Abate. Curiosa coincidenza, proprio nel momento in cui Greenpeace svelava a tutto il mondo i traffici internazionali che si nascondono dietro le ecomafie dei rifiuti elettronici.

L’albero dei microchip racconta infatti una storia legata al traffico di rifiuti hi-tech, ambientata tra l’Italia e la Liberia, i due luoghi dove agiscono i personaggi principali del romanzo: Kimmie Dou, militare Onu che indaga su un traffico internazionale di armi e Matteo, un bambino autistico con la passione per l’informatica.

Vi avevo promesso una bella intervista, stavolta doppia, ai due autori. Iniziamo oggi con Francesco Abate e proseguiremo lunedì con Massimo Carlotto.


Il traffico dei rifiuti elettronici è uno dei business più lucrosi delle ecomafie e riflette in modo perfetto i rapporti Nord-Sud del Mondo legati alla globalizzazione. Non solo la produzione industriale viene decentrata, ma anche lo smaltimento dei rifiuti. Come vi siete trovati a trattare un argomento così complesso?

(Francesco Abate): Come sempre ci siamo posti davanti all’argomento con molta umiltà e curiosità, con la voglia di informarci in maniera più completa e sapere di più di quando già non sapessimo, spinti dalla necessità di capire in maniera più specifica. Insomma, abbiamo fatto un lavoro di approfondimento per poter poi raccontare ai lettori ciò nel che nostro lavoro di ricerca abbiamo scoperto.

“La narrativa d’inchiesta nasce dalla necessità di risolvere un problema” diceva Carlotto nel corso di un dibattito alla fiera del libro di Roma. “Sui giornali e sulle riviste non c’è più spazio per una certa saggistica scomoda”. In questo contesto quanto è importante che esista un certo filone di letteratura come quello del romanzo-inchiesta imboccato anche da VerdeNero?

(F.A.): Personalmente credo nel ruolo sociale della letteratura, nonché nella sua forza di poter comunicare informazioni in maniera diversa rispetto ai classici media e, per di più, spesso a un pubblico diverso. Mi spiego: a volte (diversi romanzi di questi ultimi anni ne sono buoni testimoni) la forza della narrazione arriva là dove a volte purtroppo, lo dico da giornalista, non riescono ad arrivare gli articoli dei quotidiani o i servizi tv. Inoltre si ha la possibilità di giocare sulla fascinazione della forma-romanzo, sul suo potere di trascinare il lettore dentro una vicenda con più forza rispetto, ad esempio, a una fredda relazione statistica che afferma la stessa cosa. Fermo restando che credo che il romanzo non debba sostituirsi al giornalismo d’inchiesta, ma lo debba affiancare. Il guaio, indubbio, è che in Italia il giornalismo d’inchiesta non vive un momento brillante.

Questo fa sì che spesso siano gli stessi cittadini o comitati locali a sollecitarvi rispetto ad argomenti di cui non si parla o non si vuole parlare per una serie di motivi. Cosa significa per uno scrittore scrivere in un contesto politico-sociale del genere? Ci si sente investiti in qualche modo di una responsabilità che va al di là della semplice divulgazione culturale?

(F.A.): Ci si sente sempre investiti di una responsabilità quando chiedi, al di là dell’argomento che tratti nel tuo libro, a un lettore di darti fiducia e leggere ciò che hai scritto. Tanto più questo accade quando a fare da traccia principale al tuo racconto c’è una storia con evidenti risvolti di cronaca, con lampanti riferimenti a una realtà scomoda. Quando poi si fa i portatori di cattive notizie, come nel caso de L’Albero dei Microchip, allora la responsabilità aumenta ancora di più.

Non è la prima volta che scrivete un romanzo a quattro mani, così come per VerdeNero non è il primo episodio del genere (era già accaduto con Bloody Mary di Vichi e Gori). Come è nata questa forma di collaborazione? E come ci si trova a scrivere un romanzo collettivamente?

(F.A.): La scrittura a più mani è un gioco fatto di sapienti equilibri che con Carlotto abbiamo sviluppato negli anni come diretta conseguenza e derivazione naturale di una profonda amicizia e una grande stima professionale. Insomma, alla base ci deve essere un sentire comune che poggia necessariamente non solo su valori letterari. Un romanzo collettivo è poi un lavoro delicato anche sul piano strettamente tecnico, ma basta darsi le regole e non ci saranno mai intoppi né incomprensioni. Come mai ci sono stati, basti pensare che questo è il quarto libro che ci vede insieme.

Un’ultima domanda. Vi riconoscete nella “New Italian Epic”? E se sì perché?

(F.A.): Wu Ming in New Italian Epic definisce il mio ultimo romanzo single, Così si dice (Einaudi), una scrittura di genere che preme per divenire altro e ne dà segnale. Credo sia la definizione migliore che si potesse dare al mio attuale cammino in solitario. Quando la mia penna si incrocia con quella di Massimo allora, invece, siamo in pieno Noir Mediterraneo.

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