Indipendenza energetica, intervista a Dario Tamburrano. Seconda parte

Foto Boskizzi. Abbiamo iniziato ieri un viaggio molto interessante con Dario Tamburrano, socio Aspo Italia, promotore del movimento di transizione in Italia e coordinatore del gruppo di traduzione di Piano B 3.0, l’ultimo lavoro di Lester Brown, pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente.

Tamburrano ha affrontato il tema “caldo” dell’ indipendenza energetica e in modo particolare ha analizzato ciò che non va nelle scelte attuali dei Governi, prendendo in considerazione soprattutto le decisioni scellerate del nostro Paese - parlo dell’idea di puntare sui rigassificatori e sul nucleare.

Per chi si fosse perso l’appuntamento di ieri ecco il link alla prima parte dell’intervista. Per chi invece volesse andare avanti con la seconda parte, oggi parliamo di Transition towns, Decrescita felice ed energie rinnovabili. Insomma le alternative possibili. Buona lettura.

Quali sono quindi le vie possibili all’indipendenza energetica o alla cosiddetta resilienza (la capacità di adattarsi ai mutamenti)?

Tutti gli esseri viventi sono governati dall’energia, non si può essere indipendenti da essa, solo che noi umani abbiamo preso una via per la quale la gestiamo in maniera inefficiente e ne consumiamo davvero troppa… siamo diventati una specie predatrice di energia…

Usiamo energia direttamente o indirettamente per trasportare le merci, per comunicare, per riscaldarci, illuminare, spostarci, costruire macchinari, strade, edifici, per estrarre minerali, per produrre strumenti, sostanze e manufatti…

Solo grazie alla grande disponibilità di energia del secolo passato è stato finora possibile alimentare il motore della civiltà contemporanea, basato sull’attuale modello economico-culturale industrializzato, sulla crescita senza limiti dei consumi e sulla globalizzazione delle merci.

Questo modello enormemente energivoro è in evidente crisi, anche la tempesta finanziaria attuale è in ultima analisi conseguenza della presunzione di far crescere la produzione e il profitto all’infinito all’interno di un sistema naturale chiuso.

Finché ci baseremo per i nostri consumi sulla disponibilità di energia non rinnovabile questa prima o poi si esaurirà, finché ci dovremo approvvigionare da fonti distanti e non locali ci sarà sempre qualcuno che ha in mano una sorta di potere di vita o di morte sulle popolazioni e sull’economia.

Per ottenere l’indipendenza energetica di una nazione in maniera duratura e pacifica, le fonti di energia devono quindi essere presenti naturalmente sul territorio nazionale e non essere soggette ad esaurimento.

Solo le fonti di energia rinnovabile soddisfano entrambi i requisiti di inesauribilità e presenza ubiquitaria sul territorio.

Difatti, sono rari i posti al mondo così sfortunati ove non vi sia disponibilità di almeno una delle fonti rinnovabili che conosciamo, ove non sia presente in abbondanza o l’energia solare, l’eolica, l’idroelettrica, geotermica, da biomasse o del moto ondoso e delle maree.

Se all’interno di una nazione i singoli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili, di tutte le taglie, anche minime, fossero uniformemente disposti sul territorio e messi in rete ad operare in regime di scambio, si potrebbe garantire indipendenza e resilienza non solo alle singole comunità, ma si aprirebbe uno scenario dalle potenzialità inesplorate capace di risolvere una volta per tutte il fenomeno della intermittenza, il tipico problema delle fonti rinnovabili.

Tanto più si rendesse estesa la rete, tanto più numerosi e distribuiti i suoi nodi di scambio, tanto maggiore sarebbe la sua capacità di accumulo e stabilità di fronte ai picchi di richiesta e produzione locale, dovuti alla meteorologia ed ai cicli circadiani e stagionali.

La cosa sorprendente è che questo rete elettrica globale già parzialmente esiste e che basterebbe adattarla a un nuovo paradigma di produzione scambio e distribuzione che sia multinodale, bidirezionale ed alimentato da fonti rinnovabili…

Se i governi si adoperassero a realizzare un’infrastruttura del genere si eliminerebbe in gran parte la necessità di immagazzinare l’energia se non per fare fronte alla mobilità di merci e persone o per i luoghi non connessi o privi di impianti o fonti energetiche. I motivi di conflitti per giacimenti e oleodotti non avrebbero più motivo di esistere.

E’ questa la direzione che deve prendere ogni singola nazione e l’umanità nel suo complesso per liberarsi dalla trappola energetica nella quale si è cacciata.

Sembrano utopie, ma ricordiamo che il primo embrione di quella che è divenuta Internet è nata per garantire maggiore resilienza all’apparato militare statunitense in caso di conflitto. Per la sua successiva diffusione globale è stata inizialmente usata la vecchia rete telefonica preesistente. Come è nato il file sharing, il bittorrent, ci scambieremmo pacchetti di energia invece di scambiare pacchetti di informazione.

Allo stesso tempo queste potenzialità non ci devono far cullare nell’illusione, né che tutto ciò possa realizzarsi con la rapidità che è resa necessaria dall’attuale trend di esaurimento delle risorse energetiche convenzionali, né che si possa, pur nella migliore delle ipotesi, raggiungere livelli di disponibilità energetica pari a quelli che si sono avuti nello scorso secolo. Dei piani realistici che vadano incontro ai bisogni della popolazione, in uno scenario incombente di energia decrescente, sono in ogni caso quindi assolutamente necessari.

Un esempio da questo punto di vista sono le Transition Towns. Possiamo spiegare brevemente di cosa si tratta.

Il movimento delle città di transizione, si pone lo scopo di prefigurare e mettere in pratica un modello economico e culturale che riveda il modo di vivere, produrre e consumare al fine di permettere alle comunità locali di autosostenersi per i propri bisogni fondamentali e di prosperare nella transizione verso una civiltà a basso impiego di energia e conseguenti ridotte emissioni di carbonio.

Un modello di questo tipo prepara ad affrontare meglio i probabili disagi derivanti dal picco del petrolio e a operare per mitigare i cambiamenti climatici.

La prima stesura di un piano di azione per la decrescita energetica è stata effettuata in Irlanda nel 2005 sotto la guida di Rob Hopkins da alcuni studenti di Permacultura ed è ispirata all’ingegno collettivo della comunità locale per realizzare un processo di riorganizzazione ove possibile, di tutti gli aspetti della vita.

Una Transition Town è quindi maggiormente resiliente rispetto alla totale dipendenza da sistemi fortemente globalizzati per cibo, energia, trasporti, sanità e alloggi. Sviluppare il potere collaborativo di ogni comunità locale è centrale nel perseguire questa visione del futuro.

Se un modello di questo tipo diventasse il nuovo paradigma sociale, culturale ed economico non solo si limiterebbe il pericoloso impatto antropico sul clima, ma potremmo guardare all’esaurimento delle risorse energetiche fossili come a un’occasione speciale che è toccata alla nostra generazione, capace di aprire la via all’affermarsi pacifico di una civiltà che si immagina essere assai più stabile, solidale, vivibile e salutare dell’odierna.

Una situazione come quella attuale ci impone quindi dei cambiamenti, ma la nostra civiltà è estremamente rigida. E sappiamo bene che l’eccessiva rigidità può portare alla rottura. Come si può applicare su scala globale un concetto come quello della resilienza? Come evitare la rottura?

Una civiltà non sopravvive al mutare delle condizioni del suo habitat se non sviluppa una sufficiente resilienza. Finora ci siamo evoluti come specie perché in grado di reagire ai cambiamenti con l’adattabilità e la creatività, la capacità di comunicare e organizzarsi come specie sociale. La resilienza è quindi una misura dell’intelligenza in senso lato. Il suo contrario è l’immobilità, l’incapacità di reazione.

Ci siamo abituati a pensare in maniera troppo schematica e a ricevere soluzioni precostituite, siamo stati spettatori per troppo tempo di fronte a quella forma di pensiero e consumo unico che i media tradizionali e il mercato hanno reso globale. Se invece ognuno ritornasse a essere attore all’interno della sua comunità, ritrovando e mettendo in condivisione sia le nuove che le antiche sapienze, se si celebrasse la diversità come ricchezza e l’ingegno collettivo al fine di dare soluzioni oneste intellettualmente, ecco come si potrebbe evitare la rottura.

Nel secolo scorso l’umanità ha goduto dei vantaggi di un capitale accumulato dalla natura per miliardi di anni, materie prime da trasformare e trasportare grazie alla larga disponibilità di energia concentrata e a basso costo. Ne abbiamo ereditato uno sviluppo di conoscenze e tecnologie impensabile, l’esistenza di una rete globale di comunicazione ed archiviazione, rende oggi accessibile in ogni casa una quantità di informazioni che rappresentano un vero e proprio salto evolutivo epocale…

Se riusciremo a coniugare in maniera creativa e armonica questi saperi, il vecchio con il nuovo, la tecnologia con i valori e i costumi di un mondo scomparso, che per millenni ha prosperato localmente con meno energia, se sapremo comunicare, ecco che la resilienza diventa un processo applicabile ovunque. Abbiamo oggi a disposizione tutti gli strumenti per generare miriadi di soluzioni differenti ognuna adatta al suo contesto. Sta a noi avere la volontà di farlo.

Quando si parla di Decrescita felice, Resilienza ecc. sembra sempre che si tratti di esperimenti vincolati a situazioni circoscritte, ma difficilmente riproducibili in grande scala. Vogliamo sfatare questo mito…

Propria questa è la trappola! Il cercare soluzioni precostituite valide sempre ed ovunque, da riprodurre ed esportare su larga scala. Guardiamo invece alle grandi civiltà del passato, a come erano riuscite a sviluppare soluzioni locali a basso utilizzo energetico e a prosperare a volte per millenni.

Portiamo ad esempio le antiche tecniche di costruzione degli edifici che erano, salvo casi eccezionali, legate al territorio, al suo clima e ai materiali disponibili. Con l’avvento dell’industrializzazione e del mercato globale si è cominciato a edificare in maniera standardizzata in tutto il mondo affidando il comfort degli occupanti all’impiantistica, non più alla scelta dei materiali, dell’esposizione al sole, della posizione rispetto ai venti. Ma in questo modo si è messo in moto un sistema di produzione e trasporto che divora un’enorme quantità di risorse. L’uomo del passato doveva aguzzare l’ingegno e praticare l’osservazione delle relazioni tra elementi naturali locali per potersene avvantaggiare al meglio. Questo esempio si può estendere a mille altre cose, alle tecniche di conservazione degli alimenti, al modo di coltivare, alla capacità di riciclare ogni tipo di scarto chiudendone il ciclo di vita…

Spesso si commette l’errore grossolano di considerare il picco del petrolio e i cambiamenti climatici due questioni che non hanno niente a che fare l’una con l’altra quando in realtà sono le due facce della stessa medaglia che richiedono poi lo stesso approccio programmatico…

Sì, sono facce della stessa medaglia perché entrambi rappresentano la conseguenza di un modello di sviluppo energivoro. E anche l’approccio per affrontare i due problemi è il medesimo, se prevede un piano di energia decrescente con un massiccio passaggio alle energie rinnovabili e a un modello di civiltà che si basi principalmente sulle risorse locali e al loro mantenimento.

Se non si ha presente questo, qualcuno potrebbe fare il grave errore di vedere solo un lato di questa medaglia, risolvendo parzialmente un problema, ma aggravandone un altro…

Se in risposta al picco del petrolio si dovesse tornare a un uso prevalente del carbone o a uno sfruttamento insostenibile delle foreste per legna da ardere o l’impiego in centrali a biomassa, otterremo solo l’aggravamento della situazione climatica e accelereremmo il raggiungimento dei picchi di altre risorse energetiche non rinnovabili. Se per mitigare il cambiamento climatico si imbocca la via del nucleare, come sta facendo l’Italia, lasceremo in eredità problemi altrettanto seri come le scorie lasciando irrisolta la questione dell’indipendenza energetica e della scarsità crescente di combustibile; perderemmo solo altro tempo prima di affrontare la soluzione radicale e definitiva del problema rimandandolo nella migliore delle ipotesi solo di qualche anno.

Quindi solo le energie rinnovabili sposate alla rilocalizzazione del modello di sviluppo permettono entrambi una contemporanea mitigazione climatica e un ammorbidimento della ripidità dei picchi di esaurimento delle risorse non rinnovabili, sia che si tratti di petrolio o altre risorse minerali.

Questo è quello di cui abbiamo bisogno per scongiurare il collasso della civiltà ed evitare un ritorno alla preistoria.

Come esseri pensanti dovremo essere orgogliosamente consapevoli che la storia ha riservato proprio a noi, alla nostra generazione questa enorme responsabilità, che ognuno di noi è dunque responsabile della scelta tra l’imboccare la via della decadenza verso un oscuro regresso o il mostrare di essere ancora capaci di slanci vitali, di saltare lo steccato culturale che si frappone tra noi e un futuro vivibile.

Leggi Indipendenza energetica, intervista a Dario Tamburrano. Prima parte

Piano B 3.0

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5 commenti a “Indipendenza energetica, intervista a Dario Tamburrano. Seconda parte”

laura raduta Dice:

belle domande, ottime risposte!!!complimenti!

heibel Dice:

Complimenti, gran’ bel articolo - spero che trvi diffusione oltre questo sito. Tutti gli aspetti intorno all’ argomento sono presentati in maniera sintetico ed efficace.

Maria

Emiliano Dice:

diciamo che le domande vengono meglio quando dall’altra parte c’è una persona che sa rispondere come Tamburrano :-) cmq grazie mille!

Laura Dice:

Abbiamo anche noi il nostro Obama nazionale! Leggete qui:
http://petrolio.blogosfere.it/2009/01/il-discorso-di-obama-sullenergia.html

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