Indipendenza energetica, intervista a Dario Tamburrano. Prima parte
Foto Diiego! Come vi annunciavo venerdì torniamo a parlare di un argomento “caldo”: l’indipendenza energetica.
Purtroppo l’Italia sembra aver deciso di intraprendere una strada che farà dell’approvvigionamento di gas attraverso il sistema dei rigassificatori e del nucleare (per ora solo a parole) le proprie direttive principali.
Per approfondire questo argomento ho raggiunto Dario Tamburrano, socio Aspo Italia, promotore del movimento di transizione in Italia e coordinatore del gruppo di traduzione di Piano B 3.0, l’ultimo lavoro di Lester Brown, pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente. Ne è uscita un’intervista ricca di spunti interessanti, che per comodità ho diviso in due parti. Ecco il primo assaggio.
Si è tornato a parlare in questi giorni di indipendenza energetica a causa della crisi del gas tra Russia e Ucraina, ma si tratta ormai di un argomento all’ordine del giorno…
Oggi si parla di gas russo, ma siamo da sempre in potenziale emergenza energetica, fin da quando si è scelto di fare dell’Italia un paese industrializzato senza fare i conti con le fonti energetiche e le risorse minerarie disponibili sul territorio.
Finché dipenderemo dall’estero, un motivo commerciale, bellico, politico o semplicemente di sopravvenuta scarsa disponibilità geologica, ci renderà sempre soggetti a possibili ricatti energetici o a situazioni di sopravvenuta improvvisa scarsità.
Finora, non appena superata l’emergenza di turno, l’argomento della dipendenza energetica è sempre velocemente scomparso dal dibattito pubblico come fosse un tabù affrontare in maniera seria il nodo fondamentale di un modello di sviluppo mal pianificato.
Quando le fonti energetiche attualmente prevalenti diverranno sempre più difficili da reperire, insufficienti se non addirittura esaurite, le dispute tra gli Stati per l’approvvigionamento o per il profitto diverranno quotidiane.
I costi in salita, non sono solo quelli immediati dati dal mercato, ma anche quelli occulti o ritardati, tra cui quelli estrattivi, i costi indiretti del cambiamento climatico, dei conflitti bellici, degli impatti sanitari ed ambientali dell’inquinamento e dell’alterazione degli ecosistemi, ci costringeranno a guardare all’energia in generale in una maniera molto differente da come siamo stati abituati a fare.
Il fatto sorprendente è che la questione dell’indipendenza energetica, non fosse altro almeno per motivi di sicurezza strategico-militari, non sia mai stata seriamente affrontata dal dopoguerra ad oggi. Dopo Enrico Mattei non abbiamo avuto in Italia un personaggio autorevole e capace che avesse una visione lucida e lungimirante dell’approvvigionamento energetico nazionale.
Eppure ogni volta che si parla di indipendenza energetica, vedi la suddetta crisi del gas, si torna a parlare del nucleare. E’ stato il caso di Scajola, ministro dello sviluppo economico, che in questi giorni è tornato all’attacco su questo versante. Ma a meno che Scajola o chi per lui non abbiano un giacimento di uranio nel proprio giardino non mi sembra questa la via per risolvere il problema…
Se si tratta solo di scegliere quale sia il padrone dei “rubinetti”, possiamo anche rivolgerci ad altri che non siano le compagnie russe del gas o quelle del petrolio e del carbone… Ma non è questo il modo…
Invece di porre le basi per i mercati del futuro convertendo l’industria pesante nostrana nella produzione di turbine eoliche, di pannelli fotovoltaici e termici, impiegando risorse nella costruzione di centrali solari a concentrazione, osserviamo impotenti al dirottamento di cifre immense per finanziare, o salvare, comparti industriali o servizi anacronistici o insostenibili… si sceglie di far volare aerei vuoti, si incentivano le vendite di veicoli con contenuti tecnologici superati. Si annunciano opere edili immense e opere grandiose per la viabilità su gomma per un mondo che sta sparendo. Addirittura si ripropone la fissione nucleare…
L’uranio è infatti forse tra i combustibili non rinnovabili quello che comporta le maggiori criticità nella sua gestione, ci sono pochi giacimenti produttivi ed in efficienza, ce n’ è davvero poco nel pianeta… e questo senza entrare nel merito dei costi totali, i rischi del trasporto, dell’errore umano, dell’irrisolto problema della smantellamento delle centrali, dello smaltimento delle scorie, delle stato reale delle tecnologie collaudate…
Tutto questo all’interno di una situazione geopolitica piena di tensioni disseminate…
La scelta nucleare a qualcuno potrebbe convenire, ma è una cosa molto pericolosa.
Si dovrebbe piuttosto riflettere sul fatto che venti anni fa, in seguito al disastro di Chernobyl e all’esito del referendum sul nucleare del 1986, abbiamo invece perso un’occasione storica, non perché abbiamo abbandonato l’opzione nucleare, ma al contrario perché non è seguita una pianificazione e una ristrutturazione energetica che potesse evitare l’attuale insostenibile dipendenza dall’estero.
Era il momento migliore per affrontare il problema alla radice e di scegliere per tempo e in maniera consapevole. La mala informazione, la superficialità, gli interessi particolari e le ideologie hanno impedito, anche ai cittadini, di adottare e chiedere alla politica di legiferare in maniera indipendente e lungimirante.
Abbiamo invece continuato a consumare sempre più energia facendo la fortuna delle compagnie petrolifere nella convinzione che qualche scoperta scientifica rivoluzionaria avrebbe prima o poi messo a tacere quella parte della popolazione che si dimostrava più sensibile al problema.
Un esempio emblematico di come la politica italiana si dimostri inadeguata, si è avuto nel 1992 successivamente all’istituzione di uno specifico prelievo in bolletta destinato allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Queste somme, i contributi CIP6 ed ora la giungla normativa dei certificati verdi correlata, rappresentano una sorta di bottino di svariate decine di miliardi di euro dirottato in questi 16 anni per il 90% all’incentivazione dell’incenerimento dei rifiuti e della combustione degli scarti di raffineria, considerate per legge fonti energetiche assimiliate alle rinnovabili.
Un passo avanti e due indietro…
L’Italia, e quindi noi come contribuenti, si è salvata in extremis da una procedura d’infrazione comunitaria già avviata solo perché nel 1997 le fonti assimilate vennero opportunamente escluse dalla destinazione di questi fondi. Ma nel giro di un anno, dapprima lo stesso governo di centro sinistra e poi quello di centro destra, sono tornati gradualmente sui propri passi, fino alla finanziaria recentemente approvata che addirittura aumenta l’importanza dei sussidi energetici alle fonti cosiddette assimilate.
Le passate e future infrazioni comunitarie, il conto energetico, i prelievi e i costi indiretti di queste scelte sono scaricati, spesso in maniera occulta, sulle spalle della collettività. Ed intanto si parla in televisione di inceneritori e centrali nucleari come l’ultimo e definitivo ritrovato della tecnica…
Non solo ogni mese c’è una novità su qualche scelta sorprendentemente strabica, ma siamo per giunta prigionieri, anche a livello individuale, di norme anacronistiche.
Prendiamo il caso dell’energia solare: attualmente installare un impianto fotovoltaico o termico sul tetto vuoto di un condominio è considerata un’innovazione, è necessaria l’approvazione della maggioranza dei due terzi in sede assembleare condominiale. Cosa che in pratica non accade mai.
Se è il singolo condomino a voler usare a fini di produzione energetica, quella che è considerata proprietà comune, a impedirlo basta anche uno solo che gli si oppone.
L’innovazione è ostacolata per legge e la proprietà comune, in quanto tale, viene resa improduttiva.
Rimangono inutilizzate superfici tutt’altro che trascurabili e si preclude al 50% circa della popolazione, quella che vive nelle città, l’adozione delle più elementari tecnologie per la produzione di energia rinnovabile.
Tutto ciò è paradossale… la città è uno dei luoghi dove vi è la maggiore richiesta di energia…
Basterebbero a volte solo delle piccole modifiche a delle leggi e si comincerebbe ad aprire le porte al cambiamento.
Non che ciò sia sufficiente, ma è proprio l’immobilità il problema maggiore.
Rischiamo di essere ricordati quindi come una civiltà che non è stata minimamente capace di rinnovarsi e di sviluppare soluzioni lungimiranti per iniziare a trovare la soluzione dei problemi che la minacciano.
Non sarebbe del resto il primo esempio della storia…
Tags: Energia, indipendenza energetica, Nucleare, rigassificatori





Gennaio 27th, 2009 at 2:16 pm
Questo articolo è bellissimo, chiaro e incisivo…complimentio all’autore, aspettiamo con ansia la seconda parte…
Gennaio 27th, 2009 at 2:52 pm
ciao Francesco, grazie dei complimenti! è appena online la seconda parte dell’intervista. Secondo me anche più interessante della prima. Buona lettura
Febbraio 17th, 2009 at 11:53 pm
Grazie dei complimenti Francesco