Premio Scerbanenco, questione di trasparenza

Mi piace il commento di Antonio Pagliaro a conclusione della sua lunga dissertazione sui risultati del Premio Scerbanenco, che viene assegnato ogni anno al miglior noir in lingua italiana: “Speriamo che Giorgio Scerbanenco abbia di meglio da fare e non guardi giù”.

Ma facciamo un breve riassunto. Il 27 novembre sono stati pubblicati sul sito del Courmayeur Noir Infestival i nomi dei cinque finalisti: Valerio Varesi, Oro, incenso e polvere edito da Frassinelli, Angelo Petrella, La città perfetta, edito da Garzanti, Paola Barbato, Mani nude, edito da Rizzoli, Ugo Barbara, Il corruttore, edito da Piemme e Tommaso Pincio, Cinacittà, edito da Einaudi.

Il risultato finale si basava sul voto della giuria letteraria e, in parte, su quello della giuria popolare. Ma veniamo al punto.

Cosa c’è che non quadra? Mettendo da parte la polemica sul fatto che ogni anno vengono premiati grandi autori di grandi case editrici, su questo ognuno faccia le sue valutazioni personali, quello che non convince è il meccanismo che lega giuria popolare e giuria letteraria, ma soprattutto la scarsa trasparenza del voto.

Partiamo dal primo punto. Secondo i calcoli di Antonio Pagliaro il voto popolare pesa circa un sesto sul risultato finale, il che vuol dire che la giuria letteraria decide per l’84% il risultato finale. Percentuale che pesa ancora di più se si considera che per entrare nella cinquina dei finalisti era necessario ricevere almeno 4 preferenze dai giurati.

Peccato che “nessun regolamento che lo spiegasse era stato pubblicato” scrive Pagliaro. Un fatto ancor più strano se si considera che solo i romanzi in cinquina hanno avuto almeno 4 voti e nessun altro.

Scrive infatti Alessandra Bucchieri de L’angolo nero: “È una sensazione mia, oppure ogni volta che si apre la pagina c’è una qualche nuova spiegazione-modifica-precisazione del regolamento?”.

No, non sembra una sua sensazione, anche alla luce dei commenti indignati dei lettori del suo blog e di quello di Pagliaro.

E qui arriviamo alla trasparenza. Se le regole fossero state definite con chiarezza sin dall’inizio molti autori, magari esordienti, avrebbero evitato di bombardare parenti e amici di email per chiedere il proprio voto. Ma il fatto è questo, probabilmente gli organizzatori si sono resi conto del ritorno di pubblicità che un giochino del genere comportava e quindi, nonostante il voto popolare non conti nulla, in qualche modo faceva loro comodo.

E che il voto popolare non conti nulla lo dimostra il fatto che un finalista ha avuto appena sette voti.

E arriviamo al contentino finale, l’autore che riceve più voti dal pubblico, avrà un invito per il festival di Courmayeur. Un contentino necessario a perpetuare il giochino anche l’anno prossimo.

Dice giustamente Pagliaro: “… e non importa come sono stati ottenuti quei voti. L’anno prossimo basterà scriversi uno script che cambi IP al proprio pc e voti in automatico per assicurarsi un viaggio a Courmayeur”.

E’ chiaro quindi che la modalità del voto popolare va assolutamente rivista, perché che non debba contare in positivo ci può anche stare, ma che conti almeno in negativo. Ovvero se si tiene conto del giudizio del pubblico, e parrebbe che sia così vista l’istituzione del voto popolare, non si può mettere tra i cinque finalisti un autore che ha ricevuto solo sette voti popolari.

Per concludere, vi segnalo una classifica non ufficiale pubblicata da L’angolo nero che ci illumina sul voto finale dal sesto in poi. Il nostro Previsioni del tempo dei Wu Ming è sesto mentre L’ultimo giorno felice di Tullio Avoledo si è classificato al decimo posto.

La classifica pubblicata da L’angolo nero

Antonio Pagliari sul Premio Scerbanenco

Festival di Courmayeur

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