L’ultimo giorno felice, intervista a Tullio Avoledo
Si chiama “L’ultimo giorno felice” ed è l’undicesimo libro della collana VerdeNero, scritto per noi da Tullio Avoledo.
E’ uscito nelle librerie italiane due settimane fa ed è stato presentato ufficialmente a Bologna l’11 settembre.
Nei giorni scorsi ho contattato Avoledo per parlare un po’ del suo libro, ma anche di politica e di questioni ambientali. Ecco cosa ne è uscito fuori.
Com’è nata l’idea di collaborare con VerdeNero?
E’ nata soprattutto dall’amabile quanto terribile insistenza di Michele Vaccari, che me ne ha parlato per la prima volta a “Pordenonelegge” due anni fa, e ha insistito al Festival di Mantova l’anno scorso, finché ho lietamente capitolato. Se non avessi accettato, probabilmente avrei dovuto subire l’assedio di Michele a ogni evento letterario da qui al 2100. Penso che VerdeNero, oltre che come editor, dovrebbe usarlo per il recupero crediti. E’ un vero mastino (oltre che un ottimo scrittore, come ho scoperto poi).
Conoscevo già la collana, di cui avevo letto qualche titolo. Mi sembrava una proposta decisamente stimolante già sul piano editoriale, prima ancora che ideologico. Ovviamente se la proposta di collaborazione fosse arrivata dalla National Rifle Association, o da un gruppo bancario, non avrei accettato. Ho rifiutato offerte davvero allettanti, in passato, perché non volevo lavorare a progetti in cui non credevo, o con committenti che non mi andavano. Sono un po’ meno ricco, ma più in pace con me stesso.
VerdeNero è una bella collana, fatta da redattori e autori ai quali mi sento legato da una comunità di idee, oltre che da una grande simpatia. Finora per la collana non ha pubblicato nessuno scrittore che mi stia antipatico. Vorrà pur dire qualcosa.
Francesco Salvador, protagonista del racconto, ha fatto i soldi vendendo i terreni lungo il fiume comprati con il duro lavoro di suo padre. Terreni trasformati in cave di ghiaia e discariche. Francesco rappresenta l’imprenditoria senza scrupoli del Nordest (ma non solo) quell’imprenditoria che al posto del cuore ha una discarica. Quanto è reale Francesco e quanto è frutto di iperbole letteraria?
Beh, dalle mie parti - come dovunque, penso - dagli anni ’80 ad oggi è nata una borghesia diversa da quella del passato: predatoria, senza scrupoli, disposta a collusioni anche con la criminalità pur di mantenere o amplificare il proprio stile di vita. E questa nuova borghesia (che forse però andrebbe chiamata in altro modo, perché rappresenta una mutazione rispetto alla borghesia storica) si muove ormai in uno scenario politico ed economico che non è più in grado di controllarla.
Un tempo l’imprenditore che falliva si tirava un colpo di pistola in testa. Ora, se le cose gli vanno male, apre un locale in Sardegna, o va all’Isola dei Famosi. Ricordo con orrore tanti episodi recenti che sembrano da film di fantascienza: le facce di certi bulletti che hanno dato la scalata a una delle più grandi banche nazionali, il manager della telefonia che tesse l’elogio della vittoria di Napoleone a Waterloo, il CD con la compilation musicale dei brani che Fabrizio Corona ascoltava in carcere…
Francesco è un personaggio assolutamente di fantasia, ma allo stesso tempo assolutamente realistico. Potrebbe esistere, da qualche parte. Fare le cose che gli faccio fare nel libro provando le stesse emozioni, le stesse reazioni. Tranne forse quella di gettare il telefonino nell’acqua. Nessuno lo farebbe, se non in un film. O in un racconto come il mio. Il cellulare è diventato una specie di nostra appendice esterna. Se uno scrittore di fantascienza degli anni ’50 ci vedesse con il telefonino all’orecchio, o peggio ancora con un auricolare Bluetooth, penserebbe che l’umanità è controllata da qualche razza aliena.
Proprio attraverso il suo cellulare, munito di doppia scheda per tradire la moglie, la vita vera infesta la giornata luminosa di Francesco, lo riporta coi piedi per terra. Gli mostra di quanto sangue e lacrime è gonfia la vita solare che fa e che crede di poter prolungare per sempre. Ecco, se c’è qualcosa di fantastico, di irreale nel racconto, è forse la reazione morale, quel minimo di vergogna che Francesco prova alla fine. La vergogna per le proprie azioni, per la propria vita, è qualcosa che mancherebbe a un imprenditore, nella vita reale.
Il ritratto di Dorian Gray della nuova borghesia è la società sfatta, spappolata, che si sono creati intorno, e su cui loro navigano benissimo dall’alto dei loro yacht e delle loro Porsche Cayenne. Stanno ricreando un mondo decadente come quello del tardo impero romano: un’economia schiavistica, in cui la carne umana si vende e si compra apertamente, senza vergogna. E hanno paura dei Barbari…
Al centro della storia c’è il fiume Tagliamento simbolo del degrado ambientale della regione. Immagino ti tocchi particolarmente da vicino questo argomento, visto che si tratta dei luoghi in cui sei nato…
Sì. Sono rimasto colpito vedendo come sono ridotti i posti in cui giocavo da piccolo, con gli amici. Certi prati in cui ogni albero aveva un nome, ogni ramo diventava qualcosa di magico: la coffa di una nave pirata, il nascondiglio per sottrarsi alle tigri. Una duna di ghiaia era la trincea al riparo della quale ci sentivamo eroici marines, come tanti John Wayne in attesa di una carica banzai.
Ora quella duna non c’è più: è diventata metri cubi di ghiaia, per tirare su qualche altro condominietto di periferia. E’ diventata unità di misura del saccheggio, del guadagno. E mio figlio ha molti meno sogni. Devi comprarglieli, pagarli già confezionati da qualcun altro, perché lui non può più trovarli nella vita vera.
Stiamo veramente diventando insensibili alla devastazione sistematica del bello, rappresentato in larga parte dalle risorse naturali del pianeta?
Assolutamente. Siamo diventati come le locuste della Bibbia. Mio nonno non si poneva certo il problema dell’inquinamento, dato che ogni cosa che passava per le sue mani veniva riciclata: dalla carta allo spago, al vetro, fino all’ultima briciola di cibo. Ai suoi occhi il comportamento di un normale consumatore di oggi sembrerebbe un abominio. Il mio sacchetto della spazzatura gli farebbe orrore.
Anche se non ce ne rendiamo conto, siamo diventati dei mostri alieni. Con un clic del mouse su una casella di eBay o Amazon spostiamo merce dall’America, o dalla Cina, fino alla nostra cassetta delle lettere. Abbiamo realizzato il sogno di molti scrittori di fantascienza. E gli incubi di altri.
Credi che romanzi “sociali” come il tuo possano invertire in qualche modo questa tendenza?
Altrettanto assolutamente no. Ma vale comunque la pena di provarci. Kurt Vonnegut, uno scrittore che è stato per me anche un maestro, ha scritto che l’impegno degli scrittori americani contro la guerra del Vietnam - parecchi megatoni di energia letteraria - ha prodotto sul piano pratico lo stesso impatto di una torta alla panna che cada da un’altezza di cinquanta centimetri. Potrei sbagliarmi sull’altezza, ma il concetto era quello: tanto sforzo per un risultato pratico risibile.
Ma Vonnegut ha detto anche altre due cose, che mitigano il pessimismo dell’affermazione precedente: la prima è che è vero, quello che scriviamo oggi non modifica il presente. I miei libri non vengono certo letti da chi ci governa in questo momento. Ma vengono letti da ragazzi che forse un giorno saranno chiamati a ricoprire cariche importanti, a decidere. E su questi ragazzi noi oggi lasciamo un segno. Piantiamo un seme per il futuro, insomma.
L’altra cosa che ha detto (mi manca, Vonnegut) è che lo scrittore è come il canarino che i minatori si portavano in fondo alle miniere. Quando c’era una fuga di gas, il canarino stava male per primo, dando agli uomini il tempo di scappare. In questo momento io, come scrittore, sento odore di pericolo. I miei libri sono un segnale d’allarme.
Non è un caso, credo, che Alessandro De Roma, uno scrittore che adoro ma con cui non sono in contatto, abbia pubblicato in contemporanea con il mio libro “La ragazza di Vajont” il suo romanzo “La fine dei giorni”, che ha talmente tanti punti in comune con il mio da farmi pensare che ci sia davvero una fonte di energia comune a cui attingiamo, quando scriviamo. Anche il libro di De Roma è un grido di allarme. Quindi iscrivo anche lui nella categoria degli scrittori canarini.
Poi ci sono gli scrittori pappagalli, o gli scrittori pavoni, e quelli è un guaio se te li porti giù in miniera sperando che ti servano a qualcosa…
Hai definito “L’ultimo giorno felice” come “una sigaretta senza filtro”. Ci puoi spiegare perché?
Perché ho avuto il piacere, e ho corso allegramente il rischio, di pubblicarlo senza l’intervento di un editor. O meglio, con un editing mirato solo a correggere gli errori evidenti. Quindi il sapore è quello di un Avoledo senza filtri. Lo definisco anche un libro “unplugged”, nel senso che gli mancano gli arrangiamenti e l’amplificazione elettrica di una grande casa editrice. E’ stato divertente.
Ultimamente sto ponendo questa domanda a tutti gli scrittori che hanno pubblicato per la nostra collana. Diciamo che si tratta di una curiosità personale: “VerdeNero è racconto di ecomafia e l’ecomafia per eccellenza è rappresentata dallo scandalo dei rifiuti in Campania. Dopo aver assistito alla bufera della monnezza, che ha preceduto la caduta del Governo Prodi, lei crede veramente che il problema sia stato risolto, visto che le televisioni sembrano voler far passare questo attraverso i loro schermi?”
Il problema dell’immondizia (il dialettale “monnezza” non mi piace, perché lo fa sembrare un problema solo meridionale) non è l’immondizia, ma chi la produce. Lo dico perché a “Pordenonelegge”, qualche giorno fa, ho sentito uno scrittore napoletano dire “ci è capitata anche questa tragedia della monnezza” e avrei voluto prenderlo a schiaffi. Perché sembra che la “monnezza” piova dal cielo, o da Marte. Invece è fatta da noi, dalle nostre abitudini di consumatori, che ci portano ad acquistare prodotti - penso alla passata di pomodoro - il cui contenitore costa più del contenuto.
Il guaio è che le alternative, quando ci sono, non sono popolari. Fa bene il ministro Zaja a dire che il latte e i pomodori dovremmo andarceli a prendere dal contadino, con recipienti riciclabili. Fa bene a dirlo quando viene in Friuli, o in Veneto (anche se gli chiederei di fornirci un elenco dei contadini disposti a vendere al pubblico; e gli regalo già un’idea: potrebbe chiamare l’elenco “pagine verdi”). Voglio vedere però con che coraggio andrebbe a dirlo a Milano, o a Roma… Io ho una collega milanese che ogni tanto dice che le viene in mente un odore dell’infanzia, e mi cita la Nutella, o la Fiesta. Per andarsi a prendere la verdura e il latte dal contadino dovrebbe viaggiare per ore. E la benzina inquina…
Tornando alla domanda, la tragedia dell’immondizia napoletana è stata usata come un’arma politica. Berlusconi avrebbe vinto lo stesso, ma l’immondizia l’ha sicuramente aiutato. Sono stato a Napoli durante la crisi, e le dimensioni del disastro, il senso comune di impotenza, mi hanno dato gli incubi per mesi. Non ci sono più tornato, da allora, quindi non so dire se la crisi sia stata davvero risolta o se si sia usato il metodo di pulizia di quando eravamo studenti universitari, vale a dire nascondere tutto negli armadi o sotto il tappeto.
Il fatto è che la verità non ha importanza: qualunque cosa sia successa, la percezione che ne avremo sarà comunque quella che viene dagli schermi televisivi. Se il telegiornale dice che il problema della “monnezza” è risolto, vuol dire che è risolto. La realtà non c’entra niente. La realtà è diventata una cosa per pochi.
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Settembre 29th, 2008 at 12:15 am
[...] scriveva ieri Avoledo - un po’ scettico sul ruolo del “romanzo sociale” nel presente: “i miei [...]
Ottobre 1st, 2008 at 1:46 pm
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