A qualcuno piace troppo caldo…
“Il bio? Fa danni”. I nuovi dogmi verdi. Il Corriere della Sera torna all’attacco, e lo fa come un macigno prendendosi di petto la maggior parte dei paradigmi su cui si reggono le idee ambientaliste.
Lo spunto viene da un articolo pubblicato dalla nota rivista tecnologica Wired, che attacca gli ecologisti pubblicando un contro-decalogo definito delle “verità scomode”.
Ho pensato quindi di parlarne con uno studioso che in fatto di negazionismo è un vero e proprio esperto. Parlo di Stefano Caserini, docente di Fenomeni di Inquinamento al Politecnico di Milano e autore per Edizioni Ambiente di “A qualcuno piace caldo”.
Emiliano Angelelli: “La verità spaventosa” riporta il Corriere della Sera da Wired “è che alcuni mutamenti climatici sono già avvenuti. Siamo già quasi arrostiti. Dunque meglio abituarsi al calore“. Dobbiamo dunque rassegnarci?
Stefano Caserini: E’ veramente singolare che un giornale come il Corriere dia spazio a notizie del genere. Il problema è serio e questo è il motivo per cui istituzioni come la Commissione Europea si sono poste dei chiari obiettivi di riduzione dei gas climalteranti. E la Commissione Europea non è Greenpeace, quindi se chiama alla riduzione delle emissioni significa che ha dei dati che dimostrano che tutto ciò è necessario e che conviene a tutti noi.
Non è tardi per intervenire, ma sicuramente bisogna muoversi e realizzare tali riduzioni al più presto. Più aspettiamo e più avremo dei livelli elevati di gas serra in atmosfera. Questo, però, non significa porre l’alternativa così come fa Wired, tra ridurre le emissioni e adattarci ai cambiamenti climatici in atto. Le due cose devono essere fatte contemporaneamente, ma chiunque si occupa della scienza del clima tutto ciò lo sa da sempre: adattamento e mitigazione vanno di pari passo. E poi il miglior adattamento è la mitigazione, nel senso che la cosa più conveniente a lungo termine è già da subito ridurre le emissioni.
Comunque non capisco da dove venga questa polemica, come se gli ambientalisti volessero soltanto ridurre le emissioni senza occuparsi di adattarsi ai cambiamenti climatici…
E.A.: Secondo Wired “dobbiamo accettare che le economie con la più rapida crescita al mondo non rinunceranno a un più alto tenore di vita in nome della scienza del clima e che, ad ogni modo, Paesi come l’India e la Cina potrebbero aiutare effettivamente ad elaborare le soluzioni di cui il pianeta ha tanto bisogno”. Su quest’ultimo punto si può essere d’accordo, ma dobbiamo veramente rinunciare alla scienza del clima?
S.C. : Non c’è un motivo per rinunciare alla scienza del clima, anzi sono due cose che possono andare tranquillamente d’accordo. Anche gli scenari elaborati dall’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, prevodono riduzioni delle emissioni ripartite tra i diversi paesi. Quindi è evidente che noi avremo un obiettivo di riduzione maggiore rispetto a paesi con un basso livello di emissioni pro-capite come Cina e India.
Questo non toglie che quando le emissioni cresceranno, e ciò potrà avvenire anche nei prossimi decenni, anche loro dovranno essere sottoposti a una riduzione. In questo momento, però, chi deve cominciare a ridurre è chi emette di più; e noi emettiamo circa 10 tonnellate di anidride carbonica l’anno pro-capite, mentre la Cina ne emette 4,5 e l’India 2.
E.A.: Questo ci riporta al sistema dei crediti di carbonio che, sempre secondo Wired, è una buona idea, ma purtroppo non funziona. E’ vero?
S.C. :Questo è un tipico caso di catastrofismo negazionista. In realtà il sistema dei crediti è uno dei meccanismi del Protocollo di Kyoto. Sicuramente ha i suoi difetti, ma ha anche i suoi pregi.
Il numero di Wired ha sottostimato in modo clamoroso la quantità di crediti che sono già stati sviluppati all’interno del meccanismo. Loro parlano di 175 milioni di tonnellate di Co2 mentre basta andare sul sito della Convenzione sul clima e si vede che in realtà si tratta di 2,7 miliardi di tonnellate.
Questo fa capire che forse hanno affrontato la tematiche in modo un po’ troppo semplicistico. E la battuta secondo cui l’utilizzo di questi crediti allontana la crescita della Co2 solo di sei giorni è un discorso che non ha senso. E’ evidente che ogni singolo passo che noi facciamo, da solo non è risolutivo, ma nel contesto globale ogni singola azione ha la sua importanza relativa.
E.A.: Uno dei capisaldi del movimento ecologista è da sempre l’opposizione al nucleare. Ma Wired scrive: “Bisogna arrendersi. Il nucleare è la forma di energia più ecologica”. Cosa rispondere?
S.C. : Trovo singolare che agli ambientalisti vengano attribuiti tutti questi meriti. La sconfitta del nucleare nel mondo non è stata causata da loro, ma dal mercato. Il motivo per cui l’energia nucleare è ferma è che costa troppo costruire nuove centrali. Poi è vero che una volta costruiti gli impianti, se non si tiene conto dei costi di smantellamento, l’energia nucleare costa molto poco, però il motivo per cui a partire dal 1985 – e anche da prima – l’energia nucleare ha smesso praticamente di crescere è legato alle politiche energetiche. Con la liberalizzazione del mercato dell’energia nessun grande gruppo vuole rischiare cifre così ingenti su impianti così costosi.
Oggi si torna a parlare di nucleare, e in particolare di nucleare di quarta generazione su cui vale sicuramente la pena di investire in termini di ricerca, ma per quello che riguarda il nucleare attuale non credo che sia un’opzione realistica, in particolare in Italia, dove ci sono contestazioni anche solo per realizzare impianti di compostaggio. A me sembra che chi parla di costruire in Italia 5-10 centrali nucleari non sappia proprio di cosa stia parlando.
A livello mondiale è vero, si torna a parlare di nucleare, ma nessuno pone la questione nucleare così come ha fatto Wired, ovvero come la soluzione unica. Sullo spazio da concedere al nucleare si può anche discutere, ma non è certo la cosa più importante tra quelle da fare. Che sia più conveniente il risparmio energetico e l’efficienza negli usi finali lo dimostrano diversi studi.
E.A.: Parliamo di azioni quotidiane. Secondo la rivista tecnologica americana l’aria condizionata, si potrebbe usare, poiché emette meno Co2 rispetto ai termosifoni. Cosa ne pensa?
S.C. : Ho letto e riletto quanto a scritto Wired, ma lo trovo abbastanza singolare. Hanno fatto un confronto tra le emissioni di Co2 per riscaldare una casa nel nordest degli Stati Uniti, dove il clima è freddo, e raffreddare le case dove invece fa molto caldo. Ora è evidente che il corpo umano non può sopravvivere a temperature polari, quindi il riscaldamento nei luoghi dove fa molto freddo è una necessità mentre il condizionamento a volte è assolutamente superfluo. Nessuno vuole bandire l’aria condizionata, ma va detto che negli Stati Uniti si fa un uso eccessivo dell’aria condizionata a cui, ad esempio, noi europei non siamo abituati. Secondo me questi confronti non hanno assolutamente senso.
E.A.: Per concludere: potremmo consigliare ai giornalisti del Corriere, ma anche agli anglofoni di Wired, una lettura del tuo “A qualcuno piace caldo”…
S.C. : Il mio libro tratta solo una parte dei temi trattati da Wired, ovvero il tema del negazionismo sul clima. Ma se volessero leggerlo non sarebbe una cattiva idea, anche se purtroppo “A qualcuno piace caldo” è in italiano e non credo che lo capirebbero…
“Il bio? Fa danni”. I nuovi dogmi verdi
Inconvenient Truths: Get Ready to Rethink What It Means to Be Green
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